Sunday morning

Di Browserfast

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Essere spediti al supermercato la domenica mattina può non essere poi tanto male. Soprattutto se è una mattina come questa, di estate assolata ma fresca, senza gente in giro, senza file alle casse, senza fretta. Mi fermo al bar per un caffè, parlo con la ragazza grassa e rossa dietro al bancone, sorrido a un semi-neonato che mi guarda da un passeggino, mi siedo a uno dei tavolini di fuori a fumare una sigaretta.

E’ in domeniche mattina come queste che mi torna, regolarmente, nelle orecchie la canzone dei Velvet Underground. Se poi la rossa del bar la canzone ce l’ha nella playlist, ammetterete, la coincidenza si fa anche più piacevole. Dovevo immaginarlo, penso tra me e me, è fissata con la musica degli anni Sessanta. Quasi mi dispiace tornare a casa, in domeniche mattina come questa. Poi però la sigaretta finisce e la canzone pure. Do un’occhiata al telefonino, rispondo a una mail e faccio un giro su Facebook, madonna le stronzate che scrive la gente, a quest’ora poi. Inizio a rompermi il cazzo, forse è ora di rientrare. Anche perché devo fare una cosa che mi è venuta in mente prima, quando ero al supermercato.

Quando mi affaccio nel salotto lei mi da le spalle, parla al cellulare. Parla con qualcuno di famiglia, a giudicare dal tono. Si è accorta di me, mi sorride pure. Credo che stia parlando con la sorella, o con la madre. A chi potrebbe dire con quel tono “adesso vado a fare la brava mogliettina”?

E’ qui che nasce il misunderstanding, il conflitto semantico, l’equivoco. Su quelle due parole: “brava” e “mogliettina”. Per lei significano andare a fare il pollo arrosto. Per me… be’, altro.

Mi avvicino e le afferro le mammelle da dietro, una per mano. Mi piace questa sua abitudine di non indossare il reggiseno quando è a casa. Mi piace anche che in tutti questi anni il suo corpo non sia significativamente cambiato. Alto, slanciato, reattivo. Certo, non posso dire che sia la magnifica gnocca di quindici anni fa, la bionda dagli occhi azzurri universalmente desiderata e stimata, e non solo per la sua bellezza. Certo, qualche cedimento qua e là c’è stato. Nulla di drammatico, ma perché nasconderselo? Il tempo passa per tutti. E anche io non ho più esattamente gli addominali lunghi e disegnati di allora. Anche in questo caso nulla di drammatico, ma si cambia. I suoi seni, per esempio, non sono mai stati né eccessivamente grandi né eccessivamente piccoli, oggi sono più morbidi. I capezzoli no, quelli si induriscono al volo come il primo giorno. Anche adesso li sento diventare pietre.

Mi dice “stai buono” con un tono di bonario rimprovero. Mai capito questo vezzo tipicamente femminile di dire “no sex” mentre tutto il resto del corpo invece grida “oh yes, sex!”. Ho una galleria piena di ricordi di frasi del genere pronunciate da donne diverse. E lei è tra queste. Come se il suo “stai buono” mi avesse mai convinto a starmene davvero buono. Del resto, che volete che vi dica, potrai anche essere una femmina raffinata e intelligente, e noi due potremo anche essere una coppia medio-borghese colta e dalle buone frequentazioni, e che fa lavori che qualcuno considera addirittura affascinanti anche se mai sufficientemente pagati. Ma se imposti la parte sessuale del tuo rapporto all’insegna del “sono la tua troia, il buco dove svuotarti le palle ogni volta che vuoi” be’, che senso ha dire “stai buono”? Ogni volta che vuoi è, per l’appunto, ogni volta che vuoi. Adesso, per esempio.

C’è un perché? No che non c’è. C’è bisogno forse di un perché?

Le do uno schiaffetto sul sedere e lei si piega a novanta gradi sul tavolo da pranzo.

– Così, senza che nemmeno ti succhi il cazzo? – domanda. Ma è più una domanda di maniera, non è che mi sembri molto dispiaciuta.

– Magari dopo – rispondo.

Le sollevo la gonna del vestito e le abbasso le mutandine. Le do uno schiaffo più forte e lei stavolta capisce meglio.

– Ahia! … no, dài, oggi no…

– Ma dài – le dico passando due dita tra le labbra della fica – sei già bagnata…

Le due dita spariscono abbastanza rapidamente dentro di lei. Bagnata e calda.

– Auuuh! E grazie al… – guaisce – Lo voglio bene, dài…

Mi abbasso rapidamente i pantaloni e lo tiro fuori. Anche perché se già ero ben disposto prima a sentirla così mi diventa incomprimibile. Dal fuori-dalle-mie-mutande al dentro-la-sua-fica passano, diciamo, due secondi e mezzo. Bagnata sì, calda pure, ma forse non così pronta, visto la resistenza che incontro e il suo grugnito. Che però quando arrivo in fondo, e ci arrivo abbastanza rapidamente, si trasforma in un rauco e sonoro “ouah!” di soddisfazione. Ci trovo sempre un significato in questa specie di grido strozzato, come se volesse dirmi “ecco, è esattamente ciò di cui avevo bisogno in questo momento”. Poiché però lo fa ogni volta che la prendo un po’ così, a sorpresa, dubito che voglia dirmi proprio questo. Voglio dire, non penso che ne abbia proprio sempre bisogno. Comunque sia, è un suono che se possibile me lo fa diventare ancora più duro. E anche il completo collasso della sua muscolatura sul tavolo contribuisce a corroborare la mia erezione.

– Dio, se è grosso… – mormora.

– Ma no, è sempre quello – rispondo dandole un paio di botte nemmeno troppo veloci – dài che lo inzuppo un po’…

Quando glielo sfilo e lo faccio risalire più verso l’alto i suoi “sì” e i suoi rantoli si trasformano in proteste, in “no”, in implorazioni e in “dàaai, non mi va” obiettivamente un po’ lagnosi.

– Non è che possiamo fare sempre come dici tu… – replico afferrandola bene per le anche, preparandomi a dare la prima spinta.

– A me pare che facciamo sempre come dici tuu-UUUH-AAHUWWW… PIANO, CAZZO! PIANOOO!

Di solito lamenti e imprecazioni non durano mai meno di un minuto buono. “No”, “basta”, “fermati”, “mi brucia”, “mi fai male”, “è stretto”, “è grosso”, “non mi si richiuderà mai più”: il campionario più o meno è questo, accompagnato da strilli di varia natura. Incredibile che non abbia ancora imparato quanto mi piacciono le donne che strillano. D’accordo, no, le donne in genere no, questo lei non può saperlo ed è anche giusto che non lo sappia. Diciamo che è incredibile che non abbia ancora imparato quanto mi piace quando LEI strilla. A me sembra così evidente.

Un tempo, tra l’altro, non era così. Ricordo ancora la nostra prima volta. Finimmo nel suo letto per dormire, dopo una nottata passata letteralmente in bianco presi da una discussione che allora ci pareva fondamentale concludere (e della quale immagino che a voi non ve ne freghi un cazzo). Per dormire, giuro. Solo che lei dopo cinque minuti già mi succhiava il cazzo. Tempo tre ore e me l’ero fatta e sodomizzata due volte. “Ammazza che mignotta, ma chi l’avrebbe mai detto?” pensai ascoltandola gridare “oddio quanto è bello” al secondo ingresso del mio cazzo nel suo intestino. Solo diversi mesi dopo, forse un paio di anni addirittura, nudi su un letto e in vena di confessioni reciproche, lei mi disse una cosa a metà tra il romantico e il troiesco (pensandoci bene, più sul genere troiesco però) del tipo: “Saresti stato comunque l’uomo della mia vita, ma se l’uomo della tua vita è un maiale e ha un cazzo del genere ammetterai che è una bella fortuna”. “Anche per me è stata una bella fortuna incrociare una che non solo potrei sposare, ma che è anche una bella zoccola rottainculo”, le risposi. Sì, va bene, siamo sboccati, a volte ci piace esserlo. A modo nostro romantici, però: quella fu la prima volta che parlammo di matrimonio. Una specie di dichiarazione, insomma. “Ma guarda che io non l’avevo mai fatto, quello che mi ha rotto il culo sei stato tu”, mi rivelò. Be’, insomma, fu una sorpresa, e glielo dissi. “Mi hai beccata in un periodo in cui mi andava di provare”, fu la replica. Solo dopo mi chiese: “Cos’è sta storia di sposarci?”.

Ora, io non è che tengo il conto, ma a volte mi domando persino come abbiamo fatto ad avere un figlio. Insomma, non è che lei non sia abituata. Da qualche anno a questa parte, però, ha cominciato un po’ a protestare. Colpa, dice lei, del fatto che fatalmente con l’andare del tempo le scopate si diradano: “Lo facevamo prima di dormire e al risveglio, qualche volta pure durante il giorno, ero sempre aperta!”.

Non lo so, può essere. In ogni caso a me, delle sue proteste, non me ne è mai fregato una mazza. Vale sempre quel vecchio discorso: “Sono la tua troia, il buco dove svuotarti le palle ogni volta che vuoi”. Ma non pensate che io sia un egoista. Anche a lei va benissimo così. Altrimenti non lo farei.

Mi pianto in fondo e resto qualche secondo così. Dopo l’ennesimo strillo le resta il respiro pesante. Ma almeno ha smesso di protestare. E’ il momento di divertirmi un po’.

– Quindi che faccio, esco? – le domando con un filo di ironia nella voce.

– Ma sei proprio uno stronzo, lo sai? – risponde quasi rabbiosa.

E’ una donna molto intelligente, brillante, divertente. In certe occasioni però la voglia di scherzare le viene meno.

– Allora? Smetto? – chiedo ancora ricominciando a fare avanti e indietro lentamente.

– Stronzo!

– Esco? – domando ancora. Ma stavolta spingendo un colpo secco, profondo.

– Ahia! NO! No, cazzo, ora no!

Si è arresa, ok. Non che ne dubitassi, eh? Non è capitato mai, e sottolineo mai, che non si arrendesse.

Affondo e mi ritraggo sempre più velocemente. Lei ansima e geme sempre più velocemente. Inizia a contorcersi e a cercare di aggrapparsi ai bordi del tavolo. Conoscendola, so che sta per arrivare il suo turno di parola. In genere dice sconcezze. Anzi, sempre. Oggi è la volta di “sfondamelo, fammelo sentire in gola!” e di “ti ho mai detto quanto mi piace sentire le tue palle che mi sbattono sulla fica?”. Sì, sì, certo che me l’hai detto. Però è sempre bello sentirselo ripetere. E comunque mentre me lo dici fa’ una cosa, amore mio. Le prendo le mani e gliele porto sulle natiche: “Apriti il culo da sola, dài”. Mica per altro, eh? E’ che almeno una mano mi serve. Mi serve per prenderla per i capelli e strattonarle la testa all’insù prima di intimarle “dimmelo che sei una cagna”. Il suo “sì, sono una cagna da sbattere” viene dopo uno strillo e ne precede un altro. Mi sa che ho tirato troppo forte i capelli. Bello, però.

La mano mi serve anche ad accompagnare la domanda “chi è il padrone di questa casa?” con degli sculaccioni belli forti. Uno sculaccione per sillaba. Ma non fraintendete. Non è una di quelle scene del cazzo, il padrone e la schiava e roba del genere. Non c’entra nulla, è un’altra cosa. E’ lessico familiare. Da quella volta che nostro figlio, a nemmeno due anni, ci si parò davanti e ci chiese tutto serio, per l’appunto, “chi è il padrone di questa casa?”. Mai capito da dove sia saltata fuori quella domanda.

Lei infatti capisce e risponde ridendo “ma non fare lo stronzo!”. Anche se prima grida un po’, in effetti quegli sculaccioni le hanno fatto un po’ male.

– Chi è il padrone di questa casa? – scandisco ancora.

E lo sottolineo ancora con gli schiaffi sul sedere.

Si arrende ancora una volta. Perché, in definitiva, le piace arrendersi. E perché in definitiva è il nostro gioco. “TU! Tuuuu! Il tuo cazzo è il padrone!”. “Bene, hai visto che non ci voleva tanto? Eri solo un po’ distratta”.

– E che ti fa il mio cazzo?

– Mi sfonda, mi spana, me lo riempie di sborra!

– Dove la vuoi la sborra? – le domando. No, perché mi è anche venuto in mente che potrei farla mettere in ginocchio e schizzargliela in faccia. Ma poiché sono ben disposto nei suoi confronti lascio che sia lei a decidere.

– Nel culo, dammela nel culo…

Come la signora ordina, figuriamoci se insisto.

– Va bene, finisco di sfondartelo e te la sparo dentro…

– Sì, siiiì. Sfondamelo, scopami, scopami! FAMMI SENTIRE UNA VACCA!

Mi rendo conto che, leggendo, possiate pensare che sia una donna volgare, sconcia. Niente di più lontano dal vero. Vi assicuro che non è così. Dovreste sentirla quando parla ai suoi sottoposti al cellulare, in francese. O quando telefona al capo di gabinetto di qualche ministero.

Resta comunque il fatto che, quando arriva a questo punto, quando inizia il suo compulsivo “scopami-scopami”, è segno che sta per arrivare. A volte può farlo senza toccarsi, a volte si sgrilletta, a volte mi chiede che ci pensi io. Oggi va di farlo a lei.

Adesso grida che è una bellezza, annuncia l’orgasmo che sta irrompendo. Trema tutta, soprattutto nelle gambe. Poi si contrae, si inarca. L’urlo strozzato. Silenzio. Un altro urlo strozzato. Il crollo.

Continuo a fottere il suo corpo piegato in avanti e abbandonato sopra il tavolo, forse assente. Continuo a fotterla sempre più velocemente perché a questo punto non mi fermerei per niente al mondo. Il classico formicolio ai coglioni e poi l’esplosione. Il suo scatto e il suo gemito quando sente il calore liquido invaderle l’intestino.

Mi ripiego su di lei e per qualche secondo i nostri respiri affannati si fondono.

– Un pazzo… ho sposato un pazzo… – ansima – oggi pomeriggio devo andare a lavorare…

– E che cazzo c’entra? Anche io devo lavorare.

– Sì, ma a te non farà male stare seduto tutto il tempo…

La prendo e finiamo accucciati per terra, appoggiati al muro, uno nelle braccia dell’altra. Restiamo un po’ così. Poi decido che, insomma, s’è fatta una certa, come si dice a Roma.

– Ti ricordi della prima volta che ti ho infilato una zucchina davanti e una di dietro? – le chiedo rompendo il silenzio.

Domanda retorica, in realtà. So benissimo che se lo ricorda. Me lo ricordo benissimo anche io. La sua bocca spalancata e i suoi occhi che strabuzzavano mentre le tiravo su i pantaloni e le dicevo “adesso per un po’ stai così”. Del resto c’era la partita di Champions League, mica potevo perdermela, no? Ricordo pure che in quel paio d’ore cercò pure di toglierseli, i jeans, e di distrarmi con un pompino, nulla da fare. Si arrese quando le dissi che c’è un tempo per farsi succhiare il cazzo e un tempo per guardare il calcio in tv. Al fischio finale però non volle sentire ragioni, nonostante le dicessi “le interviste del dopo partita no? dài, cazzo, siamo in semifinale!”. Vabbè, ma questo c’entra fino a un certo punto.

– Sì che me lo ricordo, maiale – risponde – come ti è venuto in mente?

Be’, qui è più difficile rispondere. O meglio, è difficile rispondere rimanendo sinceri. Perché mica le posso dire che pochi giorni fa ho avuto uno scambio di battute con una tipa di nome Alba6990 che era assolutamente scettica sulle pratiche di questo tipo. E che questo botta e risposta mi è tornato in mente poco fa, al supermercato, quando al banco dell’ortofrutta ho notato, per la prima volta, che la lunghezza delle zucchine è prestabilita e indicata sul cartello del prezzo: dai 14 ai 21 centimetri, c’è scritto.

– Uh, no… così… – le dico – dobbiamo rifarlo qualche volta.

– mmm… sì, perché no? – fa lei alzandosi in piedi e cacciando un “ahia!” provocato dall’inevitabile fitta – vabbè, vado al bagno e poi faccio il pollo arrosto.

 

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6 Comments

  1. E pensare che la maggior parte dei siti d’estate latitano nel pubblicare…
    Mi sa che c’è qualcuna in redazione che sta facendo gli straordinari per tenere vivo il sito con bellissimi racconti (vado sulla fiducia visto l’autore di questo e dell’altro racconto, anche se leggerò con calma più tardi o nei prossimi giorni non avendo tempo adesso 😉
    Brava Vik… Grazie Vik… VIVA VIK

    1. In realtà il merito va agli autori che hanno deciso di pubblicare su VeS i loro racconti anche in questo periodo estivo, e che hanno anche cortesemente pazientato nei giorni scorsi che neanche rispondevo loro ad eventuali email 🙂

      Forse ho la febbre, sto scartando dei complimenti gratuiti… Mah, eppure la fronte è fredda…

      1. Sì ma se tu non pubblicavi questi racconti li avremmo letti a settembre….
        Comunque nel dubbio prendo il termometro, toccare la fronte è inutile e non provare ad alzare le ascelle, non lo infilerò certo lì il termometro XD

        1. Speravo non fosse il termometro a finirmi in altri posti <3

  2. Ma infatti non è il caso di fare troppi complimenti agli autori. Anzi vanno pungolati: “Scrivi, stronzo!”

  3. Bel racconto, mi piace come scrivi. Ah, pungolare sì, ma le frustate no per favore, sono allergico. Non so voi ma a me provocano profonde lacerazioni sulla schiena anche a piccole dosi. 🙂

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