Notizie in cronaca

di Blubear

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Era all’uscita, staccò il telepass: meglio non far comparire in fattura che era passato di lì. 
Preferì usare quella vecchia tessera Viacard rimasta per anni in fondo al portaoggetti. Svoltò alla rotonda per immettersi sulla litoranea: ormai, con l’imbrunire,  non avrebbe avuto problemi, era solo questione di stabilire quante ne sarebbero state necessarie per avere una media accettabile. 
Ecco il primo distributore… si… ok, come previsto: – Quant’è?- e partì per la destinazione successiva.
Il giro era quasi finito, doveva fare solo l’ultima verifica, mancavano ancora due ore al momento del rientro e ci sarebbe voluta almeno un’ora per arrivare, comunque, anche passando dall’autostrada.
Quarantacinque minuti… forse aveva esagerato col pedale, ma voleva essere sicuro che ci fosse: si, la sua macchina era ancora lì, al solito posto.

Parcheggió dietro l’isolato: più sicuro, meglio evitare il rischio che lei la vedesse.

“Eccol… come?! Addirittura!…”

La sua mano alla nuca a tirarle i capelli per farle alzare il viso al cielo e stamparle la bocca sul collo, mentre l’altra si intrufolarva sotto lo spolverino, all’altezza della figa.

“Schifosa bastarda!” l’urlo che non uscì dalla sua mente, trattenuto come i suoi muscoli: non voleva rovinare tutto.

Dieci minuti durò quel saluto, dieci minuti in quella strada deserta… e alla fine vide quel gesto, quel aggrapparsi a lui, come se le gambe cedessero… 

“Lurida cagna! Hai goduto,eh!”

La macchina partì, mentre lei si incammina veloce verso l’ingresso defilato della villetta: quello normalmente utilizzato dal personale e i mezzi della manutenzione. Mancava l’ultima cosa poi…  prese il cellulare e fece il numero. 

-Pronto?… Sì, sono io… ce l’ha?… quanto dura?… tutta la notte?… va bene, me lo mandi… si, si, domani può venire a recuperarle. Non ci saranno obiezioni!

Chiuse la telefonata e aspettò. Aveva ancora un’ora prima dell’orario in cui normalmente finiva, più la mezz’ora di strada del rientro da attendere prima di poter rientrare a casa. 

‘Ping-Ping’
“Eccolo… vediamo un po’!”
Aprí il file, era in bassa risoluzione, ma sufficientemente chiaro; lo mandó in riproduzione x8, sarebbe finito per tempo, poi sarebbe rientrato in casa… da lei. 

Apre la porta, non gli da il tempo di entrare, indossa solo il reggicalze e calze con la riga su sandali a zeppa dal tacco vertiginoso. 
Lo avvinghia al collo e gli stampa le labbra sulla bocca muovendosi furiosamente in cerca della sua lingua. 
Sembra invasata, lo brama… le mani, febbrili, scendono ad armeggiare con la cintura e slacciare i pantaloni: ci è riuscita, si inginocchia portando con sé anche il bordo dei boxer. 
Eccolo, davanti a lei, la bocca socchiusa inizia a sfiorare l’agognato scettro, scendendo verso i coglioni; ne aspira uno, succhiandolo delicatamente come fosse una ciliegia. 
La lingua esce, sottile, solo la punta a percorrere quell’asta a ritroso, finché le punte dei due organi si incontrano: lei ha il comando del suo piacere… lei… una mano a massaggiargli le palle mentre con il medio gli titilla l’ano, l’altra a muoversi in un lento su e giù di una lenta sega.
La classe non è acqua: la passione che ci mette roteando la lingua sulla cappella, saettando sul frenulo in attesa di quel segnale, quella goccia trasparente, vischiosa, dolce e
salata che le farà aprire le fauci, fagocitare la fonte del suo piacere, suggendo, spremendo e massaggiando con la lingua l’appendice erta, nodosa, venata, guardando gli occhi lussuriosamente persi nelle sensazioni che sa di procurargli.
Gli dà solo il tempo di scalciare lontano i pantaloni: sfilati insieme alle scarpe con un suo abile gioco di piedi.
Si alza strusciando voluttuosamente il trofeo lungo il mento, sul collo, nell’incavo delle tette, sull’addome, passando sull’ombelico.
In punta di piedi, solleva una gamba avvolgendo il suo fianco, mentre la mano guida il cazzo che sta sorreggendo verso il centro del suo piacere. 
Eccitata, bagnata, si cala, fluida, inserendo quel palo di carne nella suo profondo, sollevando il viso al soffitto con espressione estasiata per poi aggrapparsi completamente: braccia al collo e gambe ai fianchi. 
Muove un lento su e giù con il bacino… sussurra all’orecchio… una sciabolata di lingua, fino a congiungere le bocche e… 
La chimera si muove, quell’essere simbiotico si addentra nella casa… la camera… il letto… pulsa ancora, come un cuore che batte… quel movimenti di pelvi… si adagia supina, apre al maschio tutta se stessa allargando le gambe, le mani scese sui glutei a guidare gli affondi… spingere in alto il suo pube tirandolo a sé… la voglia di sentire la cervice colpita. 
Rapido… veloce… veloce… sempre più veloce… i piedi si sollevano, ali di gabbiano… uno spasmo… due… tre… le gambe si serrano… le unghie risalgono lungo la schiena mentre la bocca apre a un urlo strozzato… un gremito di appagamento, gli occhi serrati a godersi del suo orgasmo amplificati dal sentire quei getti, quei suoi spasmi dentro di sé. 
Un lungo gemito in crescendo con gli occhi che si aprono…

Prima socchiusi, poi aperti infine sbarrati a segnare la fine di un urlo di terrore interrotto dalla fine del fiato… Così li beccò il giorno dopo, quando fece la sortita. 

-Puttana, una vera puttana! Bene, complimenti.

Li stava guardando appoggiato allo stipite della porta, un foglio in mano, la pistola nell’altra. 
Lei, terrorizzata, rannicchiata contro la testiera del letto cercando di coprirsi con il lenzuolo; il bastardo a terra, a fianco del letto, in ginocchio con un braccio sollevato verso di lui, l’altro a proteggere il volto: patetico codardo!
Tutte due a cercare di biascicare scuse, implorare perdono, a supplicare di risparmiarli. 

-Silenzio! Non meritate neanche il costo della pallottola,- la voce calma ma fredda di un uomo deluso, -tu!… Rivestiti intanto,- disse scalciando verso quell’uomo nudo i vestiti che aveva raccolto nel corridoio e, rivolto alla sua compagna, – tu invece resta dove sei, non ti muovere. 
Finì di vestirsi, rimanendo li, in piedi a fianco del letto, testa bassa incassata nelle spalle ingobbite dalla paura, attendendo gli sviluppi, inerme. 
Gli puntò la pistola, ma non per mirare, no, era quel gesto fatto come una indicazione… una indicazione chiarita dalla voce: -Pagala!

-Cosa?! 
-PA.GA.LA. Cos’è, la fifa ti ha bloccato il cervello? Ogni puttana ha diritto di essere pagata. Quindi… 
-Ma… ma io… 
-PAGALA! Metti quello che vuoi sul comodino… poi vattene e non farti più vedere!
Eseguì senza batter ciglio, la sua uscita di scena suggellata dallo scatto della porta, seguito poco dopo dallo sgommare di ruote.

La guardò senza rabbia, senza rancore, era come di ghiaccio… vuoto. 
Guardò i trenta euro lasciati sul comodino…

-Neanche la tariffa di un pompino valevi, per lui.

-Perdonami… io… 

La zittì con un gesto. 
Le spiegò… le spiegò tutto quello che aveva preparato per lei per la sua nuova vita: non le avrebbe concesso il divorzio, e se anche se ne fosse andata le avrebbe impedito di trovare di che sostenersi.
Lei sbiancò, cominciò a tremare: sapeva che era vero, era nella posizione di farlo. 

-Va bene, farò tutto quello che vuoi.- disse con un filo di voce mentre le lacrime scendevano lungo le guance portando con sé parte del trucco che aveva riservato al suo amante. 
-Oh bene, vedo che hai capito la situazione, puttanella. 

Si, aveva capito. Aveva capito che non aveva scelta e ascoltò quelle condizioni… 
Apparire in pubblico come irreprensibile compagna; non ricevere più un soldo da lui se non quello previsto dalla lista… si, la lista che aveva in mano e che le passò perché la leggesse: un contratto con le cose che avrebbe dovuto fare, su sua insindacabile ed esclusiva richiesta, dove e quando avesse voluto lui. 

-Ti prego… no… non puoi farmi questo… abbi pietà…- singhiozzava. 
-Ti ho amata, mi fidavo di te,- la sua voce era glaciale, – puoi andartene quando vuoi, deciditi. 
-Accetto…- si arrese, due sporche lacrime macchiavano il foglio… come a firmarlo. 

Quel foglio… quel chiaro patto tra loro: la lista delle prestazioni che avrebbe preteso da lei; aveva cercato tutte le più infime puttane di strada lungo la litoranea e si era fatto dare le tariffe per ogni prestazione, dal più normale e semplice pompino alla più perversa che riuscissero a dirgli. 
Le avrebbe pretese, le avrebbe pretese tutte, sarebbe stato sufficiente il denaro poggiato sul comodino e lei avrebbe dovuto eseguire, senza obiezioni e quello sarebbe stato l’unico denaro a sua disposizione. 
Poteva scegliere, si… poteva… andarsene da quella vita finora agiata e fare… quello che gli stava chiedendo: la puttana! 

Questa la storia per come la so io, o almeno immagino, per quello che ho potuto sentire… e vedere quel giorno. 
Quando recuperai la telecamera dalla specchiera di fronte al letto lei era ancora lì, distesa, nuda e disperata. Lo vidi quel foglio… 

Pagai il mio Mojito… guardai ancora una volta quel trafiletto in cronaca:
‘TROVATA MORTA NEL GARAGE. 
La moglie del noto imprenditore è stata trovata all’interno del garage nell’auto accesa. Si pensa a un gesto estremo…’

Me ne andai… in mente le note finali di una vecchia canzone… 
“… mi hanno detto che era uscito che era andato a passeggiare 
ma vedevo un’ombra appesa la vedevo dondolare 
l’ombra non voleva stare sulla sedia di lilla!”

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