L’educazione sentimentale-3

Niente da capire

di Browserfast

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La incontro tre anni dopo, per caso. Estate romana, villa Ada. Nell’aria le note di Tropicana.

È abbracciata ad un tipo che sembra Lou Reed a cinquant’anni. Io sono con degli amici, la mia ragazza è in ospedale.

Beviamo qualcosa che dovrebbe essere una sangria in un bicchiere di carta. Lou Reed si congeda da lei con un bacio sulle labbra, i miei amici non so più nemmeno dove siano. La riaccompagno a casa. Racconto poco di me, ascolto ciò che dice lei. Sono interessato molto superficialmente, non ricordo nulla.

“Sali, ci facciamo un piatto di spaghetti”. A casa sua non c’è nessuno.

Dopo gli spaghetti finiamo a letto. E’ bastato che lei mi sorridesse strizzando gli occhi, che io le prendessi il volto tra le mani. Stavolta me ne frego di tutto. Le fotto la fica e le sborro dentro, poi la prendo per i capelli e le faccio pulire per bene tutto. Lei non obietta. Sono passati tre anni, la scopo come ho imparato a scopare in questi tre anni. Siamo diventati grandi, siamo diventati spietati e reaganiani.

La metà di quelli che uscivano con noi ha finito per spararsi un ago in vena almeno una volta al giorno. Qualcuno c’è rimasto. Qualcuno per sbaglio, qualcuno lo ha fatto apposta. Un altro ha preso la pistola, ma invece è morto bruciato dentro una macchina come uno qualsiasi di un qualsiasi sabato sera.

Non so perché ma il ricordo di tutte queste tragedie me lo ha fatto tornare duro. Forse ho semplicemente voglia di vivere. La afferro per i fianchi e la volto. “Girati”, le dico mentre è quasi già girata.

La inculo senza nemmeno tanta grazia. La inculo perché mi va e perché lei non fa resistenza. La inculo perché ho smesso di chiedere il permesso. Devo spingere ritmicamente, e ad ogni spinta corrisponde un suo “oh”. “Oh-oh-oh-oh”. Saranno una ventina di botte, mentre lei si lamenta e affonda le unghie nel lenzuolo. Lo morde quando arrivano i miei affondi finali, quelli più lunghi e pesanti.

Non so se lo faccio ormai per abitudine, o se è il ricordo di quella sera a casa mia. Ma raggiungo con una mano il suo sesso. Lo frugo con le dita, poi scivolo verso il clitoride. Lei inizia a raccontare il suo orgasmo.

Lo racconta con l’accelerazione dei sospiri e dei lamenti, con i movimenti del corpo sempre più esasperati, con la faccia che sbatte sul cuscino. E infine con le parole, dapprima sussurrate poi gridate senza ritegno: “Sì sì sì così. Sì così. Oh-oh-oh-oh sì. Vengo vengo vengo!”.

L’ultimo grido le si strozza in gola, poi tutto di lei trema, quindi si accascia. Dopo altri tre o quattro colpi di cazzo vengo anche io gridando “Lilli!”. Mi spremo dentro di lei, mi svuoto. Mi accascio anche io.

Siamo in un lago di sudore, sperma, fluidi vaginali.

Quando ritrovo le forze mi stacco da lei e le rotolo accanto sul lenzuolo. Le accarezzo la schiena. La sua faccia è voltata dalla parte opposta.

“Sai, io mi ricordo”. E’ lei a rompere il silenzio. E’ sempre stata lei a rompere i silenzi.

“Sì, mi ricordo anch’io”.

“Ma perché ci siamo lasciati?”.

Le vorrei rispondere che in realtà non siamo mai stati insieme, ma decido per un laconico “non lo so”. Forse abbiamo semplicemente smesso di cercarci. Ma il motivo davvero non lo so, non me lo ricordo. Probabilmente non c’è mai stato. Fu lei ad allontanarsi, senza spiegazioni. Io non le chiesi. Forse è vero che il primo amore non si scorda mai, ma lo si lascia scivolare tra le dita.

“Eravamo sempre così tanti allora, si viveva in gruppo. Anche se perdevi di vista qualcuno pensavi che comunque ci sarebbe stato modo di ritrovarsi. Ma alla fine ci siamo persi quasi tutti di vista”.

“Mi sentivo così sola, allora”

 

 

 

 

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2 Comments

  1. Bello, spero continui

    1. E no purtroppo, questo è finito. Grazie dei complimenti però

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