L’educazione sentimentale-1

Di  Browserfast

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1. Il primo amore

Non ci sono ragazzine sculettanti in webcam per far masturbare uomini maturi seduti davanti a un computer in cambio di una ricarica del cellulare. Per la verità abbiamo un’idea molto vaga di cosa sia un computer. E un cellulare per noi è un furgone blindato dei carabinieri.

C’è la Sip e ci sono le cabine telefoniche. C’è Francesco De Gregori che canta Generale. Per quelli più avanti c’è il ritmo ossessivo di Psycho Killer. C’è la città divisa in zone, qui ci puoi passare qui è meglio di no. C’è chi spara per strada.

E ci sono le femministe.

La mia ragazza è una femminista.

A essere proprio sinceri non posso nemmeno dire che sia la mia ragazza. Non ci siamo nemmeno mai toccati. Ci vediamo a scuola e parliamo. Ci vediamo fuori dalla scuola e parliamo. Raramente, quasi mai, da soli. E poi “la mia ragazza” è un modo di dire maschilista. Lei è sua come io sono mio come voi siete vostri eccetera.

E ognuno fa quello che gli pare.

Però c’è un ragazzo che la viene spesso a prendere con il motorino davanti a scuola. L’ho visto diverse volte: ha i capelli lisci e corvini più lunghi di quelli di lei e una dentatura che è quasi il doppio del necessario.

Ma adesso la scuola è chiusa per le vacanze di Natale. Sono le nove e un quarto di sera del primo gennaio e io e Lilli ci stiamo baciando sul marciapiede di un viale buio che costeggia la stazione Termini.

E’ la prima volta che bacio una ragazza.

Non sono nemmeno ventiquattro ore.

Abbiamo passato insieme la notte di San Silvestro, a casa di qualcuno. Con altre cinquanta persone. Non è stato un granché. Abbiamo cantato, parlato, bevuto. Tutto in gruppo. Qualche volta ci siamo scambiati sguardi, risate. Siamo tornati a casa insieme alle tre di notte. Con suo cugino, l’unico che ha la macchina.

Ci conosciamo da qualche mese. Mi ci trovo molto bene ma, se devo dirvela tutta, non sono particolarmente attratto da lei da quel punto di vista. E’ graziosa, con i capelli castani che hanno definitivamente perso la battaglia con il pettine, sempre che l’abbiano mai ingaggiata. E’ acqua e sapone. Non per ingenuità, ma per scelta. Vezzosità femminili praticamente zero. E’ acqua e sapone. Non per ingenuità, ma per scelta. Truccarsi, agghindarsi e poi andare a diffondere un settimanale chiamato “L’imene ti mena” non è cosa.

A me piace molto di più un’altra ragazza, Giovanna. Viso da bambola, occhi azzurri e tette come due palloni. Ma è la ragazza di un mio amico. Avvicinarla è impossibile, stanno sempre da qualche parte a pomiciare. E’ la protagonista assoluta delle mie fantasie autoerotiche.

Lilli invece, da questo punto di vista non la considero. E’ una ragazza del nostro gruppo. Ci vediamo a scuola, ci vediamo qualche volta fuori. Le piace come suono la chitarra, questo lo so.

Sono stato svegliato dal “c’è una tua amica al telefono” di mia madre. E’ Lilli.

Sì, certo. Possiamo vederci a mezzogiorno al parco. Ho dieci parenti a casa per il pranzo di capodanno, ma nessuno ha davvero bisogno di me in questo momento.

Cinque minuti da casa mia, cinque minuti da casa sua. Su una panchina al sole. Forse fa freddo, io non lo avverto.

Mezz’ora a parlare. Me lo sento quello che mi vuole dire. Ho paura di dirlo io, però. Sono sorpreso, confuso, intimidito. Ho paura di essere ridicolo. Ho paura di avere frainteso.

Poi qualche cosa mi spinge a pietà per Lilli, per il suo imbarazzo. Per i suoi tentativi – tutti riusciti – di rendere difficile il facile. E’ al suo quarto o quinto “davvero non capisci cosa voglio dirti?” che l’abbraccio, le do un bacio su una guancia.

Lei mi prende la faccia tra le mani, sorridendo. Faccio altrettanto, ma non saprei dire se sorrido. Ci avviamo mano nella mano all’uscita del parco. Ci diamo appuntamento per la sera, alle sette e mezza, alla fermata dell’autobus.

Mi sento strano.

La prima uscita di due sedicenni squattrinati in un freddo capodanno è una pizzeria a due piani nel quartiere popolare di San Lorenzo. L’unica aperta. Una pizza e una birra settecento lire.

Nemmeno se ne parla che sia il ragazzo ad offrire. Non si usa più. Non fa parità. Anzi, la parità per Lilli è un concetto anche troppo moderato.

E forse non ho nemmeno i soldi.

Sarebbe normale rivedersi, il giorno dopo. Ma Lilli a casa non c’è. Parlo con la madre, e no non lo so a che ora torna.

Non ho nulla da fare. Suono un po’ la chitarra, cerco qualche amico. Esco con la solita compagnia nel pomeriggio. Tutti a casa di qualcuno. Lilli non c’è. Io non racconto nulla a nessuno.

La sera a casa mi faccio una sega pensando a quanto mi era venuto duro mentre ci baciavamo.

Il telefono squilla la mattina presto. Appuntamento davanti alla solita fermata dell’autobus. Villa Borghese. Cerchiamo un posto dove stare, ma non è che ce ne freghi poi tanto di essere isolati. Stendiamo i cappotti e ci baciamo. Portiamo entrambi pesanti maglioni di lana a pelle. La mia mano prima le massaggia il seno da sopra la lana, poi si infila sotto. La novità della sua mammella grossa e morbida mi regala un’erezione ingestibile nello stretto dei blue jeans.

Quando infilo la mano dentro i suoi pantaloni, quando li apro leggermente e entro sotto gli slip capisco cosa sia una fregna. Morbida, pelosa, bagnata. Pronta ad accogliere le mie dita.

Ciò che fino al giorno prima era un noumeno adesso è diventato un fenomeno. Cercate di capirmi, a scuola vado molto bene in filosofia e, prima di conoscere Hegel, Kant è stato sempre il mio preferito.

Senza nemmeno rendermene conto le faccio un ditalino da urlo. Le nostre lingue sono intrecciate, lei non mi tocca. Tiene gli occhi chiusi e si gode le mie dita. Io non capisco nemmeno il piacere che le sto dando.

Quando ci stacchiamo avverto una forte nausea. Mi passo una mano sullo stomaco, devo essere pallido: “Robbi, ti senti bene?”.

Anche il pomeriggio è per noi. Andiamo al cinema, a duecento metri da casa sua. Il film è Rollerball, l’originale non il remake.

Non è romantico, è un incubo. Lo guardiamo abbracciati, Lilli ogni tanto si volta verso di me e sorride strizzando gli occhi, come fa lei.

La accompagno a casa, ma non è così tardi. Così è lei che decide di accompagnare me. Un po’ come due ubriachi.

Senza che nessuno dica nulla all’altro deviamo dentro il parco. E’ freddo, e buio, non c’è nessuno. Ci sediamo sulla stessa panchina del nostro primo incontro e iniziamo a baciarci, cerco il suo seno sotto il maglione. Sono eccitato.

Ci prendiamo per mano e ci allontaniamo verso una collinetta isolata. Lilli si stende, l’erba è bagnata ma nessuno dei due ha freddo. Sono sopra di lei che la bacio, le palpo il seno. Poi scendo con le mani e le apro il bottone dei pantaloni di velluto millerighe. Color ruggine.

Li abbasso insieme agli slip, con un colpo. Il suo sedere nudo è quasi a contatto con l’erba, a malapena protetto dal giaccone. Mi spoglio in quel modo anche io. Il cazzo che si libera mi regala finalmente un po’ di sollievo. Lo prendo in mano e lo indirizzo tra le sue gambe. Lilli, imprigionata un po’ sotto il ginocchio dai pantaloni, le allarga quel che può.

Sto per fare una cosa che ho immaginato centinaia di volte, ma in questo momento, stranamente, non ci penso. Non penso a nulla.

La sua fica è il posto più caldo nel raggio di duecento metri. E’ come se infilassi il cazzo in una vasca da bagno piena di acqua a temperatura corporea. Di un corpo che ha la febbre. Una vasca da bagno che poi si restringe e mi risucchia. L’ingresso ha la consistenza di un budino, poi è solo un canale zuppo. E’ un piacere mai provato.

Sono impressioni che durano qualche istante, perché in pratica vengo subito. Dopo una botta, una botta e mezza.

Sul momento Lilli non se ne accorge. Accompagna i miei movimenti con gli occhi chiusi e un’espressione di beatitudine sul volto. Continuo a dondolare dentro di lei senza rilassarmi. E’ tutto molto più bagnato di prima, ma la mia erezione resiste. Andiamo avanti quasi per un minuto, durante il quale capisco finalmente di avere fatto una cazzata. Siamo due imprudenti, postadolescenti, incoscienti.

“E’ stato così dolce”, dice riaprendo gli occhi e sorridendo quando ci fermiamo. La bacio sulla bocca, cerco di essere dolce anche io, ma mi sento in colpa. Poi ci rivestiamo in fretta come se ci fossimo resi conto solo allora di essere all’aperto.

Usciamo abbracciati e in silenzio dal parco, la strada che lo costeggia porta a casa sua ma noi scegliamo il vialone che corre parallelo, illuminato dagli addobbi natalizi. Davanti al cancello verde che sbarra l’ingresso al condominio mi sussurra: “Ma tu… insomma, tu… sei venuto dentro?”. “Non lo so – balbetto pieno di imbarazzo – mi sa di sì”. Vorrei scomparire. Temo la sua reazione.

Lilli fa una faccia a metà tra l’ironico e il terrorizzato: “Lo cresceremo con tanto amore…”. In quel preciso momento avrei voglia di inginocchiarmi e chiederle perdono.

Ci baciamo un’ultima volta davanti al cancello, poi me ne vado. Sono turbato. Vorrei pensare qualche cosa ma proprio non mi viene nulla in mente. Mi avvio verso la strada che costeggia il parco, e questo è un errore.

Percorro questa discesa buia cercando di riordinare tutto quello che ho fatto in questi pochi giorni, cercando di capire ciò che provo. Ho perso la verginità da nemmeno mezz’ora e dovrei provare qualche cosa. Ma non provo niente, guardo in basso, seguo i miei passi uno dopo l’altro.

E questo è il secondo errore.

Dall’oscurità escono due ragazzi, non li avevo avvistati. Ora sono troppo vicini. Hanno la mia età, forse appena più grandi, è difficile dirlo. Uno è alto quasi quanto me, porta un cappotto scuro molto lungo, forse un loden. L’altro è più tarchiato, ha un giubbotto di pelle e una sciarpa.

E’ un modo di vestire che in quel quartiere vuol dire qualche cosa. Anche io ho addosso un pezzo di stoffa che significa qualcosa: una bandana rossa con i motivi del cachemire, ce l’ho al collo.

“Porca troia”, penso. “Adesso sono cazzi tuoi”, dice quello più alto. Tira fuori una spranga da sotto il loden, fa un passo in avanti, alza il braccio.

Non uso le Clark, né i mocassini. In primavera e in estate porto le Adidas, in inverno gli scarponi militari che mio padre prende allo spaccio dell’esercito. Hanno una suola di gomma rigida, una punta ancora più dura.

Non penso che lo devo fare, lo faccio e basta. Sferro un calcio al ragazzo proprio sotto il ginocchio, sulla testa della tibia. E’ un colpo terribile, coordinato, preciso. E’ il calcio di rigore che avrei sempre voluto battere.

Il ragazzo urla, rabbrividisco a sentirlo. Cade sul marciapiede. La spranga gli schizza via dalla mano, rotola via. La fermo con il piede.

L’altro è a due metri, non si è mosso, ci guarda. Lo guardo. Mi abbasso per prendere la spranga. Fotogramma dopo fotogramma il tempo si dilata, è come se passasse un quarto d’ora. E invece ci metto poco meno di un secondo.

Il ferro è sporco, sento la ruggine sul palmo della mano. Un altro brivido mi attraversa la schiena. Il ragazzo con il cappotto è uno straccio scuro a terra che si lamenta, si regge il ginocchio in posizione fetale, mi insulta.

“Siete proprio due coglioni” è l’unica cosa che riesco a dire. Faccio un passo in avanti verso il tipo con il giubbotto, senza sapere cosa fare dopo. Lui si volta, inizia a correre per la discesa, scappa via inghiottito dalla prima traversa a sinistra.

Con la coda dell’occhio vedo il loden che cerca faticosamente di rialzarsi, mi volto di scatto verso di lui, si lascia ricadere a terra. Mi guarda. Valuto l’opportunità di spaccargli la testa, o una spalla. O almeno di dargli un altro calcio.

E invece mi allontano anche io per la discesa, a passi rapidi. Attraverso la strada, getto la spranga oltre la rete del parco, nell’erba. Inizio a correre.

Casa mia dista cinquecento metri, stabilisco il nuovo record mondiale, non mi volto mai indietro. Arrivo al portone con le chiavi già in mano, come d’abitudine. Entro e non prendo nemmeno l’ascensore per paura che dentro mi aspetti qualcuno. Faccio le scale tre per volta.

Entro in casa avendo cura di non incrociare gli sguardi di mio padre e di mia madre. Mi chiudo in bagno per avere un angolo tutto mio. Mi siedo sul water, prendo la testa tra le mani. Chiudo gli occhi e penso a Lilli.

CONTINUA

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5 Comments

  1. Che bello tornare a leggere dei bei racconti su questo sito in modo regolare 🙂
    Mi sa che qualcuno/a sta lavorando moooooolto bene reclutando nuovi autori molto bravi…

  2. Molto interessante, mi ricorda lo stile di De Carlo.
    Bravo!

  3. No, un attimo. Magari lui suona meglio la chitarra, ma io scrivo meglio di De Carlo…

  4. Bello, molto bello. La semplicità disarmante dei sentimenti coinvolti è piacevolissima da leggere

  5. Grazie! E quindi fatelo conoscere, no? L’ho tenuto per anni nel cassetto…

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