Le cinque giornate di Milano

Di Suve

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Sono passati 170 anni da quei giorni e dal significato che ebbero, ho provato ad immaginare dei fatterelli che i libri di storia non racconterebbero mai.

Prima giornata

E’ una folla immensa quella che la mattina di sabato 18 marzo 1848 si raduna in Piazza Mercanti, davanti al palazzo del Governatore Spaur, per chiedere riforme.
Il giorno precedente la notizia delle dimissioni del Metternich, che seguivano a un periodo di rivolte e concessioni in vari stati dell’allora divisa Italia, aveva convinto i vari Casati, Manara, Cattaneo, Litta ed altri, pur divisi dai progetti politici, ad unirsi per iniziare quello che volevano fosse il cammino verso la liberazione dalla dominazione austriaca.

La manifestazione, inizialmente pacifica, diventa un vero e proprio assalto. L’O’Donnel, in rappresentanza dello Spaur che era andato a Verona, firma alcune concessioni.
Il popolo milanese insorge compatto costruendo barricate nelle vie, dissestando le strade per impedire cariche di cavalleria, utilizzando case e tetti per bersagliare dall’alto i soldati austriaci.

– Signora Franca, vada via. Ci sono gli austriaci di là –

E’ l’avvertimento che Franca, vedova quarantenne, riceve da un conoscente mentre percorre le vie. Sta cercando suo figlio Martino, da ore non ha notizie di lui e il fermento, le grida, il rumore degli spari, la preoccupano.
Vede una barricata. Lì sopra, appollaiati, dei cittadini milanesi tirano schioppettate contro qualcuno dall’altra parte.
Si avvicina senza paura, il cuore di una mamma non teme nulla quando ci sono i figli di mezzo. Cerca, nella confusione, nel rumore, nell’odore acre della polvere da sparo, di vedere se tra quelle persone c’è suo figlio. Sono giovani ed anziani, in abiti da lavoro sdruciti o in eleganti completi. Non c’è differenza di ceto o di età, sono lì tutti insieme contro il nemico comune, impauriti ma decisi, sudati e scarmigliati, un unico pensiero: lottare.

Avvicinandosi vede che dall’alto delle finestre e dei tetti qualcuno spara o getta tegole. Si avvicina più che può e le pare di vedere un giovane, accasciato quasi sulla sommità della barricata, che somiglia a suo figlio. In preda al terrore corre, si arrampica, gira il corpo esanime e con un sospiro di sollievo vede che è uno sconosciuto.

– Signora Franca .. vada via, qui sparano. AAAAHHHHH… –

Si ritrova a terra, spinta da un corpo che le è caduto addosso. Lo guarda e riconosce un suo vicino di casa intuendo che l’uomo l’ha spinta via prendendosi una pallottola al suo posto.

Scende dalla barricata per soccorrerlo, segue con ansia due giovani che l’hanno sollevato per portarlo via. Non vanno molto distante, una decina di metri indietro, in un portone di una casa disabitata. Li segue per le scale, in una stanza al primo piano, e li vede poggiarlo con delicatezza su un pagliericcio per correre subito via.

– Signora, pensi lei a lui, faccia quello che può, noi torniamo in strada. Se vediamo un dottore glielo mandiamo. –

I due giovani spariscono lasciandola sola con l’uomo che perde sangue da una ferita al petto. Non sa cosa fare Franca. Istintivamente tampona la ferita stracciandosi la sottogonna e riuscendo a fermare l’emorragia, ma l’uomo non riprende conoscenza. Impaurita, gli resta al fianco sentendo i rumori per la strada farsi più vicini e poi più lontani. Si affaccia e vede delle divise austriache. Torna dentro, chiude la porta e la barrica con un mobile spostato a fatica.

Dalla finestra la luce del giorno si fa più fioca.
Il trambusto di una folla che corre la atterrisce. Dalla finestra vede un fiume di gente correre urlando:

– Hanno preso il Bolza, hanno preso il Bolza –

Lei sa chi è Luigi Bolza, uno sbirro odiato da tutti i milanesi. Non riesce a capire se è lì prigioniero della folla o stanno correndo dove l’hanno preso. Non riesce a spostare velocemente il mobile e rinuncia tornando ad accoccolarsi vicino l’uomo. Nella penombra lui si scuote:

– Signora Franca, deve andare via, gli austriaci possono arrivare in ogni momento. –

La voce è debole, il volto dell’uomo è segnato.

– Non posso, sei ferito –

L’uomo cerca di mandarla via ancora ma lei resiste. Lui si chiama Giovanni, lei lo conosce bene perché, passato il periodo di lutto, le ha fatto una corte serrata che lei ha respinto solo perché doveva crescere il figlio adolescente.
L’uomo si assopisce e poi si risveglia.

– GLI AUSTRIACI… SCAPPA! –

Urla non si sa a chi. Franca trova una brocca di acqua e, strappato un altro pezzo della sottogonna, gli bagna la fronte imperlata di sudore. Cerca di farlo bere riuscendoci appena e lui alterna momenti di lucidità a momenti di delirio, preda della febbre.

– Franca, dovete andare via, io sono spacciato oramai. –

– No Giovanni, non vi lascio così. –

Fuori è quasi notte e la donna fortunatamente trova una lampada ad olio che illumina fioca l’ambiente. Alla nuova luce l’uomo si desta ancora, delira.

– Franca… sei qui… quante volte l’ho desiderato. Lasciati baciare. –

La donna non sa opporsi, anche se potrebbe, alla debole stretta dell’uomo. Gli concede le labbra in un bacio umido e veloce.

– Che felicità Franca, quanto ho invidiato la buonanima del vostro marito. –

L’uomo si accascia ancora sul pagliericcio ma non smette di parlare, sempre a metà tra la lucidità ed il delirio:

– Vi ho desiderata da sempre Franca, e ci volevano due grammi di piombo austriaco per ottenere un bacio da voi. –

– Tacete Giovanni, state male. Non dovete parlarmi così. –

– Voglio farlo Franca, voglio dirvi tutto quello che provo. –

– Lo farete quando starete meglio, adesso riposate, vi prego. –

– No Franca, io non starò mai meglio, e voglio dirvi quante volte vi ho sognata così, vicina a me. Datemi un altro bacio, ve ne prego, io non ce la faccio ad alzarmi. –

Turbata, la donna si china poggiando le labbra su quelle bollenti di lui.

– Grazie Franca, voi mi fate felice. In tutti questi anni vi ho ammirata da lontano dopo che mi diceste di no. –

– Ho dovuto farlo, dovevo crescere il mio Martino, non sarei stata una buona moglie –

– Volete dire che… –

Franca parla sinceramente vedendo l’uomo sofferente.

– Sì, siete un bell’uomo Giovanni, non mi eravate indifferente. –

– Ed ora? Ora vi piaccio ancora un poco?… GLI AUSTRIACI, dove sono? –

Lo scatto per sollevarsi e la repentina ricaduta sul pagliericcio delle spalle dell’uomo spaventano Franca ancor più della frase delirante. Sente, vede, l’uomo andarsene poco a poco, ed in quella stanza, loro due soli e la miseria del mondo fuori, si lascia coinvolgere.

– Sì Giovanni, mi piacete ancora… –

– Un altro bacio Franca, vorrei morire sulle vostre labbra. –

– Non parlate così, presto arriverà un dottore… –

– No, non ho speranza. Datemi un altro bacio. –

Quando le labbra si staccano Franca scopre che vuole continuare a baciarlo.

– Vi prego Franca, fatemi andare col ricordo di voi, del vostro seno… –

Giovanni allunga una mano senza riuscire a raggiungerla e Franca, presa dal vortice delle emozioni, osa ciò che mai avrebbe pensato.

– State giù Giovanni, non affaticatevi, ecco… –

Con fare impacciato slaccia il davanti dell’abito, lo abbassa, abbassa anche la camicia mostrando i seni floridi, prendendo una mano di lui e portandosela al petto.

– Ecco, fate pure Giovanni, ora sono vostri. –

L’uomo la palpa con bramosia, gli occhi lucidi, un nuovo vigore che pare percorrerlo.

– Che belli che sono, che morbidi. Oh quanto li ho sognati. –

La mano scivola dal seno e ricade sulla coscia coperta di lei, vi si ferma carezzevole.

– E le vostre gambe Franca, devono essere belle e tornite. Vi prego, mostratemele. –

Senza esitare la donna si rialza slacciandosi la gonna e lasciandola cadere a terra. Una piccola esitazione per l’imbarazzo ed i mutandoni la seguono mostrando all’uomo la parte inferiore del suo corpo, compreso il cespuglio rigoglioso, completamente nuda.

– Sono già morto e questo è il paradiso –

– No Giovanni, è la realtà. Ecco, toccate le cosce che tanto bramavate, carezzatele come più vi piace. –

Franca si è inginocchiata ancora vicino all’uomo e gli permette di carezzarla lievemente.
Non si vergogna Franca, anche se pensa che dovrebbe, vuole solo accontentare quell’uomo disteso e senza forze.

– Oh che bello. Se solo potessi farvi felice… –

Giovanni cerca di alzarsi senza successo, desideroso di abbracciare e possedere la donna sempre sognata. Un gemito di delusione gli fuoriesce dalle labbra, guarda implorante la donna sopra di lui, e quello sguardo smuove qualcosa in lei:

– State giù Giovanni, faccio tutto io. –

Ancora incerto se sia un sogno febbrile o la realtà, Giovanni vede la donna chinarsi su di lui.
Le braghe gli vengono aperte, sente l’aria fresca sulla punta dell’uccello teso e poi una sensazione di caldo che lo fa gemere. Non riesce ad alzarsi e può solo immaginare la bocca che sale e scende su di lui, la lingua che vortica intorno al glande. Geme ancora, e ancora, più forte, incredulo di quello che gli sta capitando. Di nuovo la sensazione di fresco e negli occhi l’immagine di lei che si alza con una strana espressione, gli si mette a sedere sopra e Giovanni si sente sprofondare in un forno rovente.

– ooooohhhhhhhhh. Franca… sono dentro di voi…. Sono dentro di voi… –

La donna si muove piano a causa della ferita; sono soprattutto brevi movimenti delle pelvi, contrazioni dei muscoli interni, ma bastano ad entrambi per far salire l’eccitazione.
Ora gemono assieme, lui gli occhi chiusi, le mani posate sulla pelle nuda dei fianchi di lei, accompagnandone il movimento, incapaci di stringere ma decise a rimanere; lei guardando le smorfie di piacere dell’uomo, assaporando emozioni che non pensava di poter rivivere dopo la morte del marito.

L’amplesso continua mentre le ombre si allungano ed il buio incombe sulla Milano martoriata, ma in quella stanza i due si sono ritagliati un universo tutto loro in cui null’altro esiste, null’altro è importante.
Franca sente il piacere avvicinarsi, contrae con più forza i muscoli vaginali, con la mano corre a sfiorarsi il clitoride sentendo l’uomo fremere sotto di lei, cercare di inarcarsi, ricadere sul giaciglio mentre fiotti bollenti la riempiono e lei gode serrando le labbra.

Quando tutto è finito si china in avanti, poggia le labbra su quelle esangui dell’uomo. Lo vede sorridere felice, cercare di dire qualcosa e poi non c’è più, è solo un corpo abbandonato senza più respiro.

Piange Franca mentre si alza e amorevolmente lo ricompone. Si riveste con lentezza e si dirige verso la porta girandosi un’ultima volta.

– Addio Giovanni, e grazie –

Poi sposta il mobile ed esce per continuare la ricerca del figlio.

 

 

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9 Comments

  1. Direi un ottimo inizio, e soprattutto l’idea dell’ambientazione non è niente male! Non solo l’evento storico in sé, quanto proprio l’idea di spostare l’azione nel tempo, con tutto quel che consegue per la narrazione.
    Vocaboli, atteggiamenti, abiti…
    Io non riuscirei proprio a vedermi con certi mutandoni e gonnelloni come in certe epoche. Per non parlare poi dei bustini, sarei soffocata nelle mie tette. XD

    1. Ma pensa che bello quando poi ti togli tutto, anche solo per andare a dormire (un po’ come la barzelletta di quello con le scarpe strette) 🙂

      1. Purché non sia come le barzellette di BumBum…

  2. finalmente tornano anche i racconti di più capitolo 🙂
    sempre meglio questa nuova ventata di autori bravi e molto attivi XD

    1. Grazie, spero di non deludere in futuro

    2. Io non ho ancora provato a pubblicare su questo sito, ma si possono aggiungere capitoli anche successivamente, o si deve necessariamente pubblicare tutta l’opera in una volta?

      1. pubblichi un capitolo alla volta e poi si possono trovare con i “tag” o qualcosa di simile XD Quindi tu pubblichi un capitolo alla volta e la redazione ti crea i collegamenti 🙂

      2. Se vuoi partecipare ai racconti liberi, invii con il form (lo trovi in alto) un capitolo alla volta (se hai più capitoli altrimenti c’è la spunta “capitolo unico”) quando vuoi. Anche tutti nello stesso giorno, ma un capitolo alla volta.

        A me arriverà una email con il capitolo e le tue indicazioni (se vuoi che si veda la tua email o meno, eventuali note…) E dopo una lettura lo programmo per una data, che ti comunico via email.

        I racconti di più capitoli sono rintracciabili sia per il titolo (“le avventure di Polda-1”) sia per i tag sotto.

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