L’ascensore

Questa è la parte 1 di 3 della serie L'ascensore

di Altramira

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[Photo credit immagine di copertina]

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***

Uscita dall’auto, raccolgo tutte le mie cose, le cartelline rigonfie di documenti, la borsa e le chiavi dell’ufficio che ho sbattuto sul sedile anteriore vicino al posto di guida. Il cellulare squilla.

Maledizione dove diavolo è, penso, mentre mi affretto a cercarlo, facendo scivolare fogli stampati da dentro una cartellina di plastica trasparente. Maledizione ancora. Impreco, come solo una donna che cerca di tenere in mano ciò che non potrà mai starci, sa fare.

I fogli ormai sono in caduta libera e se ne vanno a spasso per l’auto, mentre tento di rimanere in bilico sui tacchi da dieci centimetri che ho deciso di indossare quella mattina e mentre il vestito attillato e corto di maglina di cotone decide di salire, proprio mentre dietro di me sta passando qualcuno.

Impreco ancora.

Impreco contro di me e la mia mania di vestirmi sexy-elegante quando ho appuntamenti importanti con dei clienti. Potevo mettere un paio di pantaloni mi dico, irritata con me stessa. Il telefono smette di squillare esattamente nel momento in cui riesco a localizzarlo, in fondo alla borsa, sotto uno strato archeologico di cose inutili. Decido di spegnerlo, perché sono sicura che suonerà ancora proprio nel bel mezzo della riunione.

Raccolgo i fogli uno per uno, e li rimetto nella cartellina trasparente e la ficco dentro un’altra, provvista, questa, di alette ed elastico. Le cartelle sono parecchie e le tengo con il braccio destro contro il mio tronco, ci appoggio sopra le chiavi dell’ufficio, non so perché, visto che qua non mi serviranno. Anche il cellulare finisce sopra le cartelle in un equilibrio precario. Invece la borsa va sulla spalla destra, ripiena di altri documenti, che potrebbero scivolare fuori in ogni momento. La cosa difficile è staccare le chiavi dell’auto dal quadro per chiuderla, ma alla fine riesco a fare tutto senza far cadere altre cose, ma infuriandomi perché sento la stoffa del vestito salire sulle gambe. Mi avvio e sono all’interno del grattacielo, ho un appuntamento al trentesimo piano. L’atrio è affollato, mi avvio verso gli ascensori, ma guardandomi intorno non capisco quale lettera dell’alfabeto ferma al piano dove devo andare io. Chiedo in portineria e mi indicano l’ascensore giusto.

Una folla davanti le porte. Quando queste si aprono, una folla uguale a quella in attesa lascia l’ascensore e io mi chiedo come diavolo facevano a starci dentro tutti quanti. Sono incastrata tra le persone, faccia alla porta. Non mi capacito di come abbiano potuto mettere un’ascensore così lenta in un grattacielo, già mi sto rompendo. Qualcosa tocca il mio sedere. Lo sfiora. È una mano, lo capisco. Non riesco neanche a voltarmi per capire chi è. Un alito caldo sul collo è più vicino di altri.

Una voce di donna. “Lasciaci fare e non ti voltare.” Non so perché ma quella voce mi mette addosso dei brividi che vorrei non avere. Sento la stoffa alzata e una mano che delicatamente accarezza le mie cosce, sento le unghie che sfiorano leggermente la pelle. Ma che cosa voleva dire con ‘lasciaci?’. Le sue dita accarezzano la stoffa sottile del perizoma bianco. Ho un sussulto. Un dito solitario insiste ad accarezzarmi, ora più audacemente. Struscia. Comprendo d’un tratto la situazione.

Mi sto eccitando e sono su un’ascensore piena di persone, dovrò levarla quella mano da sotto il mio vestito, non posso lasciare che mi faccia questo, soprattutto qui, in mezzo a tutti. Invece la lascio fare, come la sua voce mi ha detto. Lascio che due dita accarezzino ora il pizzo.

Un’altra mano. Questa è di un uomo, la riconosco da come mi tocca la natica e la spreme. Lei a sinistra e lui a destra, aprono la via e la mano di lui la percorre dritta fino alla rosellina che adesso è esposta, non più celata dalla carne delle natiche. Il pollice di lui preme. La mia reazione stupisca anche me, spingo e lascio che entri. Lei s’infila sotto le mutandine e raggiunge il mio sesso che ormai segue i miei istinti. Lui si muove dentro. Lei accarezza, cerca il clitoride e comincia un gioco di tocchi e carezze. Un’unghia sembra essere divenuto il suo strumento preferito di tortura e piacere. Lui esce, ma solo per sostituire il pollice con due dita, che affondano dentro di me, non in maniera forte, ma decisa, fino in fondo.

Mi vergogno di ciò che sta accadendo. Sento le vampate che salgono al volto e il mio sguardo è fisso sopra le porte dell’ascensore, dove un display indica a quale piano si trova. Siamo solo al terzo, è passato solo un attimo, ma a me sembra già un’eternità. Con la coda dell’occhio scruto le persone attorno a me, sono tutti intenti a fare qualcosa: chi manda sms, chi sembra assorto nei propri pensieri, molti semplicemente sono occupati a fissare il display, come me, oppure le porte dell’ascensore. Le due dita si muovono e l’unghia della tortura gioca avidamente.

Il piacere sale fino alla gola, ma devo trattenerlo lì, non posso permettermi di lasciarmi andare dentro quest’ascensore. Non qui, penso. Sento che i capezzoli stanno premendo contro il reggiseno e vogliono uscire, così come i seni, ma: non qui, mi ripeto. Mi sento languire in un lago, sento che se loro continueranno finirò col farlo, avrò un orgasmo in ascensore. Non riesco neanche a fermarli, è una situazione dalla quale non so come uscire o, probabilmente, non ne voglio uscire. Il display segna il venticinquesimo piano. Le dita affondano ancora, penetrano in fondo.

Lei si prende gioco di me, polpastrelli che prendono il mio piacere tra di essi e lo conducono dove vogliono loro. Mi rendo conto di essere sudata e il display segna il numero ventotto. Le mani, le loro mani, quelle non impegnate, fanno scendere il mio perizoma sulle cosce. È questione di secondi e sento un rumore di forbici: le mutandine cadono a terra. Piano trentesimo. “Esci senza voltarti. Domattina qui alla stessa ora. Ascensore D.”

Esco dall’ascensore. Sconvolta dall’accaduto. Sono eccitata, sudata, tremante e senza mutande. Un bel modo per iniziare una riunione con dei clienti.

***

[Fine]

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