di Racco ntatore.

Nella stanza risuonava solo il veloce ticchettare delle dita affusolate di Maria che correvano da un tasto all’altro della tastiera come tante piccoli operai addetti ai propri lavori.

Ogni tanto, dalla strada, giungeva il suono di un clacson e qualche urlo proveniente dalla vita quotidiana di quella martoriata Napoli. Aprendo la finestra, l’ufficio sarebbe stato invaso da tutti i suoni della città campana oltre che dall’odore di pesce che in quella stagione s’impossessava anche dei quartiere meno popolari come quello.

Maria si lasciò cadere sulla sedia e sbuffò. Non ce la faceva più a scrivere, era stanca e stressata da tutto quel lavoro. Un suo cliente le aveva chiesto urgentemente di fare causa ad un’azienda cinese che aveva mancato il pagamento di un carico di merci arrivato al porto ormai da qualche mese e rimasto bloccato lì per quella faccenda.

Lei, in quanto avvocatessa di fiducia, doveva al più presto occuparsi della faccenda e pareva che ormai si fosse occupata un po’ di tutto.

Guardò l’orologio di swarovski al polso che segnava quasi le 19 e decise che per quel giorno aveva fatto il necessario. Sarebbe stato meglio per lei tornare a casa per preparare la cena ai figli. Doveva anche passare prima a far la spesa. Anche quel giorno prima delle 21 non avrebbero cenato, ma d’altronde, da sola non poteva occuparsi di tutto.

Era rimasta vedova da tanti anni ormai e per l’amore del suo defunto marito, non s’era mai riaccompagnata a nessuno.

“A muglier adda semp sta co o marit.”

Anche quando questo è morto? In alcuni luoghi del mondo gli stereotipi sono duri a morire e le società patriarcali sembrano inscalfibili in una tradizione che viene evasa solo dai giovani e Maria di giovane aveva solo quei due figlioli.

A cinquant’anni, difficilmente si riesce ad avere il coraggio di far vedere quanto si sia una donna emancipata, forte, indipendente. Anche se a tutti gli effetti lo si è e lo si è sempre dovuta essere perché la vita ha proposto situazioni all’estremo.

Figli da mantenere, da accudire. Un lavoro impegnativo ma remunerativo che permette agio economico. Ma mai abbassare la guardia: la gioventù a Napoli mette chiunque in tentazioni a cui spesso l’animo umano cede. Occorrono due genitori con le palle per tenere fuori i figli dai mal’affari. Se di genitore ne rimane uno solo poi, occorre che quest’ultimo ne abbia quattro di palle. Ma Maria aveva le ovaie e le sue nello specifico, valevano ben più di quattro comuni testicoli.

Maria si stiracchiò e sbadigliò. Si sciolse i capelli e li fece cadere sulla spalle, ondulando la testa per lasciarli liberi di sistemarsi come meglio preferivano. Era tesa e snervata da quella giornata che ancora non era finita. Aveva proprio bisogno di relax, di concedersi qualche minuto per se stessa, per riacquisire le forze, per darsi la carica necessaria ad affrontare le ultime ore serali.

Alzò la cornetta del telefono.

“Martelli, venga nel mio ufficio, mi servono quelle pratiche.” Disse con voce distesa.

“Arrivo subito, avvocatessa.”

Francesco Martelli, qualche stanza più in là, si alzò dalla sua postazione imbracciando delle cartelle. Un altro segretario lo guardò incuriosito, notando la denominazione delle cartelle.

“Francè, ja, che stai portando? Quello non è il caso della compagnia cinese.” Disse con una forte inflessione napoletana.

“Oh, hai ragione cavolo. Sono quest’altre, grazie.” Francesco sorrise e passando accanto al collega con le cartelle giuste, gli diede una pacca sulla spalla e uscì dall’ufficio diretto dall’avvocatessa.

Camminando per il corridoio, si allentò leggermente il nodo della cravatta e si infilò in bocca una gomma da masticare che si rigirò tra i denti fino ad un secondo prima di entrare nello studio dell’avvocatessa per la quale lavorava. Era meglio presentarsi con un alito il più fresco possibile.

“Buonasera. Mi dica pure.” Fece Francesco guardando la donna negli occhi.

“Chiuda pure la porta.” Disse Maria alzandosi e andando a sedersi sulla poltrona in pelle del suo studio.

“Avevo urgentemente bisogno di lei. La giornata è stata stressante e lo sarà ancora per qualche ora.”

Francesco sapeva perfettamente dove Maria stesse andando a parare. Posò le cartelle sulla scrivania, consapevole che erano semplicemente un pretesto. Chiuse la porta a chiave dietro di sé come richiesto. Nessuno li avrebbe disturbati.

Era noto come l’avvocatessa non voleva essere disturbata mentre lavorava e per tutto il resto dello studio, loro avrebbero lavorato.
Maria si lasciò andare sulla poltrona mentre Francesco si levò completamente la cravatta sbottonò i primi bottoni della camicia.

Non era ovviamente la loro prima volta, ce n’erano state moltissime ormai.

Ormai Francesco lo considerava parte del suo lavoro ed era la sua parte preferita, far rilassare la sua datrice di lavoro. Nonostante quel loro tipo di rapporto, non si davano mai del tu non per un qualche strano gioco erotico ma semplicemente per mantenere la formalità e il rispetto reciproco, per quanto strano potesse sembrare.

“Non si preoccupi. Ci penso io a lei adesso.” Fece Francesco cominciando a toccare la nuca della donna massaggiandole il cuoio capelluto con le dita e baciandola sul collo.

“Sì, Martelli. Continui, la prego.” Cominciò a rilassarsi la donna.

Francesco aveva un certo savoir faire con le donne. Una sensibilità insolita per essere un uomo, gli aveva donato un tocco leggero, caldo e sensuale che faceva impazzire le sue partner e in particolare la sua avvocatessa che si squagliava come neve al sole quando quell’uomo di una decina d’anni più giovane le dedicava le sue effusioni.

Francesco sapeva cosa le piaceva. Caldi e succosi baci sul collo mentre le massaggiava i capelli, così per qualche minuto, per farle prendere coscienza che erano soli e in relax mood. Piano piano poi, strusciò sul corpo della donna soffermandosi sul basso ventre per qualche secondo. Maria con gli occhi chiusi e il volto all’insù era già morbida e pronta mentre con le mani accarezzava i capelli del suo partner.

A quel punto, Francesco si inginocchiò ai piedi della donna e le sfilò i tacchi. Poi le alzò la gonna e le tirò via le spesse calze nere mentre l’avvocatessa rimaneva a gambe nude sulla poltroncina di pelle del suo studio, acquistata appositamente per quelle particolare sedute.

“Martelli, quanto è delicato…” Sussurrò la donna.

L’uomo non rispose, cominciò solo a baciare i piedi dell’avvocatessa per poi salire lentamente sul polpaccio, sul ginocchio e infine ad arrivare all’interno coscia. Con dolcezza prese a leccare e succhiare quelle carni facendo sentire i denti ma senza stringerle, solo per lambirle, per far sentire la sua presenza.

E Maria la sentiva bene quella presenza, decisa ma non aggressiva, forte ma non dominante, affettuosa ma non sommessa. Il calore del fiato di Francesco si spostava da una coscia all’altra e dopo ogni bacio Maria sentiva salire la frenesia, il brivido e il tremore dell’eccitazione a cui quell’uomo la stava conducendo giocando con le sue cosce.

Ad ogni secondo che passava poi, il ragazzo si avvicinava sempre di più al punto di convoglio delle cosce, il punto in cui si incontrano in ogni donna. C’era un praticello di peluria sulla vulva di Maria, ben tosato proprio come un prato all’inglese.

Francesco affondò il naso in quei peli e avvolse le cosce della donna con gli avambracci, per tirarle a sé. Cominciò poi a leccare l’inguine della donna con ampie e salivose leccate alternate a piccoli movimenti della lingue. Prima da una parte, poi dall’altra. Nel passare da un inguine all’altro, passava per la vagina della donna e ogni volta il sapore agrodolce della vulva gli colpiva le papille gustative.

Maria nel frattempo era tutta un fremito. Aveva cominciato ad ansimare leggermente e non vedeva l’ora di gustarsi quel cunnilingus. Quel gioco la stava facendo impazzire e l’attesa del piacere, come si suol dire, è il piacere stesso.

Francesco sapeva come doveva far con le donne. Alla maggior parte degli uomini piace che le donne siano dirette, veloci, prepotenti con i rapporti orali. Ma il sesso femminile era diverso, era elegante, sofisticato, delicato. Bisognava fare come con l’acqua per cuocere la pasta: occorre attendere che bolla, altrimenti il piatto non viene buono.

Ma l’attesa stava per finire. Partendo dal basso e dirigendosi verso l’alto, Francesco diede delle poderose leccate attraversando tutta la vagina fino ad arrivare al prato di peli. Ripeté l’operazione più volte con varie intensità e poi finalmente affondò la lingua dentro quella vulva grondante ormai di umori.

Odori e gusti si mischiarono in un groviglio di sensazioni deliziose per Francesco. Amava nutrirsi del nettare delle donne, gli sembrava di toccare un’altra dimensione attraverso quella porta magica che era la figa.

Inserendo la lingua lì dentro, penetrava un universo parallelo, affascinante e misterioso.
Maria ormai ansimava e vibrava ma sapeva che il meglio doveva ancora venire. Solo quando l’uomo cominciò a stuzzicare il clitoride, allora lei affondò le mani nei suoi capelli e strinse forte irrigidendosi. Il tasto che più la faceva vibrare era proprio quello e quei piccoli movimenti della lingua, precisi sul clitoride la predisponevano velocemente al piacere più terreno che esistesse.

Spalancò gli occhi e guardò il soffitto dell’ufficio mentre cercava di mordersi la lingua e trattenere i gemiti di piacere. Ma il respiro si fece affannoso, convulso e corto e nello stesso modo sentiva quello del suo partner che leccava con delicatezza e con decisione.

Maria strinse ancora più forte e richiuse gli occhi. Poteva sentire il cuore battere nella sua cassa toracica come a voler uscire da essa, non riusciva quasi a contenerlo. Un brivido le corse lungo la schiena, un brivido di lussuria la stravolse e fu costretta lasciare i capelli di Francesco per afferrare i braccioli e stringerli.

Come una scarica elettrica, Maria fu pervasa da brividi e scosse. Un tremolio avvertì Francesco confermandogli la riuscita del suo operato. Un ulteriore irrigidimento bloccò il corpo della donna e il suo ventre prese a salire e scendere mentre tutti i suoi muscoli erano colti dallo spasimo.

Uno stravolgente orgasmo la riempì completamente mettendola su un altro piano dell’esistenza, il piano del piacere senza confini e senza barriere come in un’esperienza mistica e trascendente. Per qualche secondo esisteva solo un primordiale orgasmo dell’universo che Maria visivamente vedeva come un’esplosione di colori in uno spazio vuoto, come un Big Bang dell’orgasmo.

Francesco, dopo essersi conto dell’obiettivo raggiungo si staccò velocemente dal clitoride e prese a leccare intorno alla vulva come aveva fatto fino a poco prima. Quella era il suo marchio di fabbrica, la sua dolce firma per ogni donna che leccava.

Per qualche istante tutto rimase immobile, come il tempo fosse congelato. Maria si godette quei minuti mentre Francesco continuava a baciarle la vulva con dolcezza, poi tutto dovette finire.

E’ stato fantastico Martelli, lei è veramente un portento!” Scherzò Maria.

“La ringrazio avvocatessa.” Ammiccò l’uomo. “Lo considero la parte del lavoro che preferisco.”

“Ah, davvero? E’ la sua preferita?” Fece la donna mentre si rivestiva.

“Assolutamente sì.”

“Guardi che così potrei farci l’abitudine.”

“Voglio viziarla, avvocatessa.”

“Lo terrò a mente. Si è fatto tardi.” Concluse Maria ancora sorridendo maliziosamente mentre guardava l’orologio. “Mi fido di lei. Preparatevi per chiudere e andate anche voi a casa. Sono quasi le 20 ormai.”

“Posso chiederle una cosa?” Fece Martelli prima che Maria uscisse dalla porta.

“Mi dica. Ma si sbrighi, devo andare a preparare la cena ai miei figli.” Replicò velocemente.

“No, nulla, non si preoccupi. A domani.” Disse lui, ancora con il sapore di umori vaginali sul palato.

“A domani, Martelli. A domani.” Fece l’avvocatessa mandando un bacio all’uomo prima di uscire.

Francesco prese il telefono e compose un numero. Aspettò qualche secondo prima che dall’altro capo gli rispondessero.

“Buonasera, sì, avevo prenotato a nome Martelli. Può disdire per piacere? Sarà per un’altra volta. La ringrazio.” Poi attaccò.

Erano a Napoli. Quella pizza se la sarebbero potuta andare a prendere qualsiasi altro giorno. Oggi, l’avvocatessa doveva andare a preparare la cena ai figli, pensò Francesco mentre usciva dallo studio, chiudendo la porta dietro di sé.

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