La pubblicità è l’anima del commercio

“Senti qui, senti : Gigantix, 10 centimetri in sette giorni …. questo qui mi sembra veramente notevole ….”

“Ma dai Pericle, ancora con questa storia?!”

“Ma no, solo per curiosità, si fa per parlare … ti pare possibile una cosa simile?”

“Ma secondo te? Ma nemmeno la chirurgia plastica, guarda. E si che di gente che ci casca ce n’è in giro, eh?”

“No, senti, io insomma non faccio per vantarmi, ma non mi posso lamentare. E soprattutto, nessuna si è mai lamentata …”

“Veramente tempo fa giravano delle storie ….”

“Scherzi? Non so con chi hai parlato, ma semmai fan fatica a … insomma ci siamo capiti no?”

“Sarà … comunque lascia perdere, questi qui sono solo venditori di fumo, se non peggio. C’è da farsi male, e poi ti trovi peggio di prima. Meglio accontentarsi, no?”

“Allora non mi sono spiegato: non ti faccio vedere, perché non mi sembra il caso, ma …. venti centimetri, io, sai?”

“Appunto, quello che dicevo io: a maggior ragione, accontentati”

(a mo’ di saluto, alzandosi dal tavolino del bar)

Accontentarsi: una parola. A parte le spacconate, non è che proprio fosse un superdotato, lui. Abbondantemente sotto la media, da sempre:  nonostante si fosse “esercitato” lungamente, il metro da sarto continuava ostinatamente a segnare sempre quei centimetri, troppo pochi per lui (e per le sue occasionali e fugaci compagne), che lo piazzavano  tra il foruncolo troppo cresciuto e il cannolo rincagnato.

Niente a che vedere con gli stalloni instancabili dei porno online, con arnesi esagerati e prestazioni olimpioniche, testimoniate dalle smaniose e mugolanti compagne di giochi.

Eppure aveva provato un po’ di tutto, rifletteva tornando a casa, dalle creme miracolose alle pompette pneumatiche, rimediando solo ematomi vistosi  e imbarazzanti gonfiori: oltre alla beffa, il danno, considerando quanto ci aveva speso. Accese il computer, il ‘suo’ sito porno era ancora lì.

No, non c’erano dubbi, questo banner sembrava diverso dagli altri, più realistico, più … “tecnico” ecco. Le foto prima e dopo la cura non sembravano ritoccate, il tizio (depresso prima, raggiante poi) esibiva un arnese che passava miracolosamente dal micro al macro, ed era sempre lui.

Certo il prezzo … con quel prezzo non poteva non funzionare, dai! Mentre tirava fuori la carta di credito e digitava i numeri, si ripromise che sarebbe stato l’ultimo tentativo, poi basta, in fondo dicevano tutti che le dimensioni non contano, no?

Un giorno, poi due, poi tre, poi una settimana. Ma del suo pacco nessuna notizia, nessun riferimento per tracciarlo, e nemmeno nessuno che rispondesse al numero di telefono che, fortunatamente, s’era segnato su un pezzo di carta. Perché il banner, quello, era sparito dal sito il giorno dopo che aveva fatto l’ordine.

Umiliato, già pensando all’ennesima fregatura, il ronzio prepotente del citofono lo fermò proprio stava per infilarsi sotto la doccia.

Il fattorino era salito malvolentieri al pianerottolo, lo aveva sbirciato sogghignando: gli era costato una bella mancia, ma non poteva farsi vedere a ritirare il pacco in strada, dopo tutti quei discorsi.

Aprì frettolosamente la confezione, assolutamente anonima, ancora sospettoso: ma il flacone di plastica c’era, proprio come nella pubblicità. L’etichetta (Gigantix, un nome una garanzia …) era fin troppo esplicita, sarebbe stato meglio poi toglierla, hai visto mai si trovasse qualcuna in giro per casa …

Le istruzioni dicevano di applicare la crema sulla “parte” almeno tre volte al giorno, l’equivalente d’un cucchiaio da minestra (fu tentato di andarne a prendere uno in cucina …) per una settimana, senza avere rapporti. Risultato garantito: più dieci centimetri (così fan venti in tutto, già un bel traguardo, pensò) dopo la prima settimana di ‘cura’. Proseguire poi le applicazioni fino a raggiungere la taglia desiderata, sempre senza eccedere la dose giornaliera.

Abbassò lo sguardo all’inguine un po’ adiposo, quel lumacone nano e impigrito sembrava ricambiare il suo entusiasmo di neofita con un’occhiata (monoculare) assai meno convinta.

“Tre applicazioni al giorno, un cucchiaio ciascuna, per una settimana, et voilà, dieci centimetri … ma se aumentiamo le dosi, facciamo prima no?” strizzò l’occhio al suo rassegnato compagno di giochi (solitari).

“Dai, che adesso si cambia vita!” versandosi addosso una generosa porzione da trattoria, manco fosse una trota salmonata da imbandire di maionese. E giù un gran massaggio, si sa, per unire l’utile al … dilettevole.

Sdraiato sul divano, dopo il piacere solitario (tanto per cambiare), puntuale era arrivato il sonno. Si svegliò intorpidito, qualcosa lo infastidiva, un senso di pesantezza al basso ventre. Gli slip sbiaditi erano scivolati ai piedi del sofà, si chinò per prenderli … e rimase bloccato dalla sorpresa.

Cos’era quella roba lì, chi ce l’aveva messa? Tra le sue gambe, appollaiato su un ciuffo di peli ricci e folti, un pene enorme, allungato sul cuscino, una specie di serpente piumato che cominciava dal suo inguine e finiva almeno trenta centimetri più in là. Accovacciati ai lati, due testicoli paffuti, enormi pure quelli, con radi ciuffi di pelo, e molto rugosi.

Con un sorriso ebete stampato in faccia, provò con cautela a toccare quel boa constrictor roseo, così tanto per essere sicuro che (a) fosse vero, (b) fosse suo. Il boa era soffice e cedevole sotto il suo tocco, e senz’altro era suo. Il contatto era piacevole, ma strano (adesso sembrava un po’ inturgidito, appena più tonico), forse perché adesso le proporzioni tra la sua mano e il suo uccello si erano decisamente invertite …

Mentre si rimirava soddisfatto, il serpente si irrigidì ulteriormente, dando prova di essere sensibile all’orgoglio ‘paterno’, fino raggiungere proporzioni preoccupanti: il metro non era a portata di mano, ma qua si superano i quaranta centimetri – pensò – più almeno sedici-diciotto di circonferenza.

Sospettando che usare quell’arnese come aveva in mente lui non sarebbe stato poi così semplice, cominciò il primo di una serie di soddisfacenti collaudi che, oltre a rendere necessario lavare le fodere del divano, gli permisero di passare un pomeriggio piacevole quant’altri mai.

Verso sera finalmente provò ad alzarsi dal divano: provò, perché al primo tentativo il peso sorprendente del suo nuovo equipaggiamento all’ultimo momento lo sbilanciò, facendolo crollare di nuovo seduto. Solo dopo altri due insuccessi capì che l’unica soluzione era – per bilanciare meglio masse e pesi –  impugnare saldamente lo scivoloso pitone e tenerlo su, evitando che, penzolando e scodinzolando tra le gambe, lo facesse di nuovo cadere.

Altrettanto complicato fu trovare adeguato contenimento per l’amico più fedele: la scelta degli slip, prova dopo prova, lo impegnò per una mezz’ora buona, finché un robusto paio di mutandoni (comprati chissà quando e fortunosamente dimenticati in un cassetto) si rivelò abbastanza ‘sostenibile’ per quel bestione tubolare.

Ma quanto ai pantaloni, poco da fare: per quanto si sforzasse di sistemarselo al meglio, il gonfiore sotto la cintura era addirittura ridicolo.  Pazienza, in fondo la pubblicità è l’anima del commercio, no? Comunque, a scanso di equivoci, si sarebbe infilato il soprabito.

Dopo cena, acconciato in quel modo per cercare di non dare troppo nell’occhio, si decise a metter finalmente il naso fuori casa, dirigendosi verso il bar: aveva deciso di affrontare la prova sul campo, costasse quel che costasse (ma non più di trenta euri, però).

Come aveva sperato, i tavoli erano per lo più vuoti: serata di partita di Coppa, il proprietario, Guido, non voleva più pagare l’abbonamento sky, ergo i maschi adulti di zona s’erano ritrovati nel bar della concorrenza per festeggiare la probabile sconfitta della squadra avversa.

Nell’angolo la Gina, cordiale meretrice del paese, ancora piacente sebbene con indizi di legittimo appassimento, abbandonata la speranza d’una serata fruttuosa, si rincoglioniva con l’ennesimo quizzidiota, in cui i concorrenti che sbagliavano venivano bersagliati a tortinfaccia e presi a calci dal conduttore.

La Gina era una cavalla sicura: parlava con tutti, e tutti parlavano con lei (uomini soprattutto, ma anche le donne): niente di meglio per fare un po’ di pubblicità gratis alla sua nuova dotazione.

“Ciao Gina”

“Ciao Pericle”

“Bella serata, no?”

“Bella serata un accidenti. Con la partita stasera non si batte chiodo, alla tele danno solo le repliche delle repliche, il meno peggio è ‘sto quiz qui, che mi sa pure lui è una replica. E tu che mi dici, Pericle? Non ti s’è visto tutt’oggi. Sei stato poco bene?”

“No, io … tutto bene, si tutto bene. Ma senti Gina …”

“Dimmi, Pericle”

“Ma se il quiz non ti piace, perché non si va a fare un giro, io e te?”

Sguardo improvvisamente attento, piglio commerciale.

“O Pericle, che storia sarebbe? Io non è che vado a fare di questi giri … per simpatia, ci siamo capiti, no?”

“Certo certo, si capisce. Ma allora, vieni?”

“Ma sei proprio sicuro, Pericle? E la macchina, la macchina ce l’hai?”

“ ’scolta Gina, se non ti va che hai da fare, che il quiz qui ti piace di più dei soldi, va bene, non c’è problema. Ma se invece di far tutte ‘ste storie ti va di farmi divertire, magari poi scopri che ti diverti anche tu …”

“Che divertirmi e divertirmi, sono una professionista io, faccio quello che devo fare e basta, mica storie. Andiamo va, che se fai in fretta magari riesco a vedermi la replica di Notting Hill …”

Fuori dal bar la strada era deserta, i miracoli del calcio son sempre pronti per chi sa osare in solitaria.

L’utilitaria era parcheggiata strategicamente, Pericle imboccò la provinciale grattando la prima, seguendo le istruzioni un po’ annoiate della Gina s’addentrò in un tranquillo viottolo fuori mano, poco o nulla illuminato, per andare a fermarsi su una piazzola stretta, nascosta da cespugli di rovi.

“Prima di tutto i soldi”

Seguì passaggio di mano di due banconote stropicciate

“Va bene, tira fuori  l’arnese, e poi, come ci mettiamo …”

Silenzio stupito: il membro già turgido emergeva invadente dalla penombra, superbo e strafottente.

“E questo? Cos’è uno scherzo?”

“Ma che scherzo e scherzo, è tutta roba mia. Ti piace?”

“Più che piacermi, mi preoccupa. Cosa penseresti di farci, con un affare del genere?”

“Cosa pensi di farci tu! Hai detto che sei una professionista, no? Allora datti da fare”

“ D’accordo, d’accordo. Ma guarda, se vuoi ti ridò i soldi, mi riaccompagni al bar e amici come prima”

“Gina, mi sembra che col mestiere che fai non dovrebbe essere il primo che vedi, no?”

“Ma un affare simile, io mai. E guarda che, non faccio per vantarmi, di cazzi ne ho visti un bel po’”

“Vabbè, ho capito, non sei all’altezza. Lasciamo perdere”

Nel buio, uno scintillio negli occhi di lei.

“Hai detto che magari mi divertivo pure io. Chissà …”

Preso coraggio, si chinò sopra il ventre di lui.

Pericle accostò la macchina davanti alla saracinesca, il bar era già chiuso. La Gina scese cautamente dalla macchina, quasi a gambe larghe, con gesti misurati chiuse lo sportello e si drizzò faticosamente.

“Pericle” lo apostrofò, mentre lui già ingranava la prima.

“Che c’è?”

“Di un po’ Pericle, t’è piaciuto?”

“E a te?”

“Avevi ragione, mi ci sono divertita pure io. Ma senti, Pericle …”

“Che c’è?”

“Se ti viene voglia di nuovo, facciamo così, che ti cerchi qualcun’altra. Perché io son messa che mi sa che dovrò stare una settimana a riposo e impacchi freddi, e vabbè che sei dotato, ma per me è lavoro, sai com’è!”

Lui ripartì sgommando, nelle strade deserte, senza guardare lo specchietto.

A casa dormire si rivelò complicato: quell’impicco tra le gambe non trovava posto né pace. Dormire sulla pancia, neanche a parlarne, la sola pressione del corpo lo faceva inturgidire di nuovo, come dormire sdraiato su un mattarello, di quelli grossi. Sulla schiena niente, mal riposto nei pantaloni del pigiama gli penzolava ora a destra ora a manca, ogni volta uno strattone doloroso. Alla fine s’adattò a sonnecchiare sdraiato su un fianco, il salsicciotto allungato affianco a lui. Domani in ufficio sarebbe stato un bel problema evitare gli sguardi e le domande. L’ufficio, cazzo! (appunto). Non poteva presentarsi così, va bene che la pubblicità è l’anima eccetera eccetera, ma se quelli (e quelle) la prendevano male rischiava grosso.

Riaccese la luce, torno in soggiorno, il pc era ancora acceso, sempre su quel benedetto sito (i vantaggi di vivere da solo), una sventagliata di tette e cosce in primo piano.

Torno alla home page, resistendo alla tentazione di curiosare dal buco della serratura (l’ultima trovata dei siti porno, il peep show online!). Ma il banner non c’era più, sparito. Febbrilmente frugò tutte le pagine, quasi inseguendolo, nell’ansia di trovare una via d’uscita da quella situazione, ma niente.

Accese la luce in bagno, scansò un mucchietto di scottex ancora umidicci e prese su il flacone ormai semivuoto: ma la scatola, accidenti, dov’era finita la scatola?

Il foglietto di istruzioni era pieno di descrizioni entusiasmanti dei risultati e delle prestazioni, lo lesse frettolosamente, poi notò, in fondo, in piccolo, un paragrafetto con le avvertenze. Lesse a voce alta, per imprimersi bene tutto.

In caso di eccesso nell’uso del prodotto si potrebbero verificare gonfiori  anche estremi: l’effetto Giagantix © è temporaneo, dopo al massimo quarantott’ore il membro dovrebbe (dovrebbe?!) ritornare a proporzioni normali.

In ogni caso si raccomanda di evitare rapporti sessuali completi: l’efficacia del prodotto – una volta correttamente applicato – è basata sulla persistenza della patina oleosa (brevetto Gigantix ©) sull’epidermide, e il contatto con gli organi femminili con buona probabilità farebbe trasmettere le proprietà di Gigantix © anche alla vostra compagna/o, con effetto immediato sulle parti interessate.

Estremamente sconsigliata, in questi casi, l’applicazione di impacchi freddi, in quanto potrebbero ritardare – se non fermare – la decongestione”

E adesso?

Chi la sentiva adesso, la Gina?

Senz’altro, avrebbe dovuto cambiare bar, anzi, città….

di EDA64

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