di Valestra83

Un piccolo esperimento in cui mi sono dilettato nel descrivere la scena
di una giovane ostetrica intenta a chiedere le ferie ad un burbero e
autoritario primario. Scritto di getto e in prima persona, tentando
d’immedesimarmi in questa ragazza.


Critiche, suggerimenti, osservazioni all’indirizzo: robcoast85@gmail.com

Percorro quel corridoio con passo accelerato, una sensazione di
pesantezza al petto e le labbra secche. Non vorrei affrontare quel
discorso ancora, ma ha fatto finta di niente per un sacco di tempo ed
ora mi servono proprio quelle ferie. Arrivo davanti al suo studio, sto
per tornare indietro ma so già che mi darei della stupida dopo aver
soltanto girato i tacchi.
Busso a quella dannata porta. Non risponde, allora busso ancora.
“Avanti” giunge ovattato dall’interno.
Faccio un respiro profondo ed entro, le mani sudate che scivolano mentre stringo convulsamente la maniglia e varco la soglia.

Vengo investita da un’ondata di luce naturale, una cosa che mai si vede
in ospedale. Sembra che abbia deciso di rinchiuderla tutta nel suo
ufficio. Lo stronzo non solleva neanche la testa quando entro.
Sono arrivata davanti alla sua scrivania, non faccio neanche il gesto di
sedermi. Mi schiarisco la voce ma non ho un riscontro neanche così.
Inizio a perdere la pazienza, ma mi intimo di stare buona e calma perché
ho bisogno di qualcosa da lui, e quest’uomo è più lunatico della
bipolarità. E non ho voglia di infastidirlo.
– Professore…
Solleva lo sguardo al mio tono basso e remissivo, che non aveva mai sentito prima.
-Ah, sei tu.
Ha deciso di impostarla sulla distanza, e già dalla sua prima risposta capisco che non sarà assolutamente facile.
– Sì professore, ecco…
– Hai espletato il parto della secondigravida in rubino?
– …sì.
– Hai fatto bene il secondamento?
– Sì, professore. C’erano dei coaguli e ho mandato la placenta ad analizzare.
– E il prelievo di sangue cordonale l’hai fatto?
– Sì, avevo i moduli della banca e li ho compilati prima di inviarli con la provetta.
– Hai fatto l’emogas?
– Sì, tutto regolare…
– Ma il tracciato era bradicardico.
– Sì, professore. Ha avuto degli episodi di bradicardia tardiva ma non
preoccupanti. In fin dei conti il tracciato era rassicurante.
– Quella era una mia paziente, lo sai, vero?
– No, non lo sapevo.
– Devo aspettarmi dei problemi, Elisa?
– Problemi?
– Esatto, problemi. Devo preoccuparmi di una paziente insoddisfatta? Lo sai quanto mi pagano?
Inizio a seccarmi. So esattamente quanto lo pagano, per una semplice
visita ginecologica senza ecografia chiede 300 euro. Per espletare un
cesareo ne vuole 2200 e per un naturale ne vuole 4000. E non sopporto
che si metta in dubbio il mio lavoro.
– No professore, nessun problema. Ho dovuto dare uno scossone al padre
perché stava per svenire ed ero da sola senza poterlo soccorrere. Allora
gli ho strillato di riprendersi, ma la paziente era d’accordo con me.
Mi guarda, quasi schifato, non capisco.
– Che cosa vuoi?
Sospiro, parto già quasi rassegnata.
– Ho bisogno delle ferie, professore. Ho un impegno inderogabile al quale non posso proprio mancare.
– Che cosa devi fare?
Che faccio? Mento? Devo andare ad aiutare le donne a partorire in Africa? No, la verità, solo la verità.
– Sono la testimone di nozze ad un matrimonio la settimana prossima.
– E tu vorresti ferie per questa sciocchezza?
Pazienza, porta pazienza Elisa…
– Sì professore, è molto importante.
Sta in silenzio e continua a guardarmi. E’ la prima volta che mi sento
insicura dentro la mia divisa, a disagio negli abiti che calzo meglio e
più spesso. Lui è ancora vestito come per l’intervento, con la sua
divisa blu scuro. Ha deciso che per distinguersi da noi poveri mortali,
sarà l’unico a poter indossare quel colore.
– Sai, mi sembra uno spreco darti dei giorni di ferie per una cosa del
genere. Abbiamo bisogno di forza lavoro qua, mi sembra un insulto al
lavoro che ti ho così gentilmente dato, fregartene.
Vuole che lo preghi? Ebbene, lo farò.
– La prego, professore, è molto importante per me. Se necessario al mio
rientro farò la tripla notte, straordinario e pronto soccorso tutte le
volte che servirà.
– Ah, bene bene… – dice, accarezzandosi il mento. – Non ti avevo mai sentita così remissiva.
– Per favore…
Una strana espressione si dipinge sul suo volto, mi fissa intensamente
dalla testa ai piedi, mi sento terribilmente a disagio e d’istinto
abbasso lo sguardo, non riesco a reggere il suo.
– Togli la blusa.
Il mondo si ferma. Non avverto più le lancette del suo orologio sulla parete, né i battiti del mio cuore, né il mio respiro.
Realizzo la sua frase e strabuzzo gli occhi mentre fisso ancora il pavimento.
Silenzio.
Schiudo le labbra e sospiro pesantemente. Sollevo il viso e lo guardo
come se gli fosse spuntata una nuova testa. E’ come se avessi le braccia
paralizzate e cerco disperatamente di ricordare che reggiseno ho
indossato oggi, prima di uscire di casa.
– C-cosa…?
– Hai sentito benissimo – incalza perentorio.
– Ma… – lecco le labbra, non riesco ad articolare le parole – P-perché?
– Non c’è un motivo – scandisce le parole in modo così mellifluo come se
mi stesse chiedendo la cosa più normale di questo mondo. Sono
completamente disorientata!
Perché questa richiesta? Perché proprio io? E’ una cosa che fa anche con
altre oppure ha deciso d’infierire solo su di me perché mi vede così
vulnerabile?
Provo a ripetere la sua richiesta come se volessi stupidamente convincermi del contrario.
– Devo…devo togliermi la blusa?
– Ma sei sorda? Non voglio ripetertelo, ragazzina. Vai davanti alla vetrata e togliti quella divisa.
– Da-davanti l-la vetrata?
– Sì! – sorride e mi canzona – Hai qualche problema all’apparato uditivo, Elisa?
-Ma…e se…e se mi vedono? – provo ad accennare una protesta ma so già che è velleitaria.
– Ti vuoi muovere?! – ribatte scocciato.
Con passo tremante mi avvicino a quella parete di vetro e con dita malferme inizio a sfilare la blusa.
Mi sento goffa e impacciata. Non rammento neanche cosa abbia indossato
oggi prima di recarmi in ospedale. Frastornata, tento di fare mente
locale. Ora ricordo: ho indossato un reggiseno viola con pizzo bianco
sulle coppe. La blusa cade sul pavimento.
Sono intimo davanti al mio primario, una situazione inverosimile, sto
iniziando a sospettare che stia ancora dormendo e che tutto ciò sia un
incubo.
– Girati – mi intima.
Non voglio contraddirlo, ho timore.  Faccio come mi dice e mi giro,
incontrando i suoi occhi che mi osservano. Non riesco a reggere il suo
sguardo e lo abbasso per prima.
– Ma guarda un po’! – dice, scoppiando a ridere.
E’ una risata strana, che mi fa sentire ancora più nuda. Continua a ridere mentre mi si avvicina.
– Ma sì, guarda un po’… – ripete. Allunga il dito indice e lo passa
sotto il bordo della coppa, facendomi rabbrividire. – Guarda un po’ che
intimo da porca…
Deglutisco rumorosamente, non sono sicura di dover rispondere.
– E dimmi una cosa, è coordinato? –
Lo guardo senza rispondere, ancora una volta.
– Mi sembra di averti fatto una domanda – mi dice in tono freddo, mentre fa calare uno schiaffo sul mio seno sinistro.
– Ah! – non sono sicura che il verso che mi sia uscito dalla bocca sia di dolore o sorpresa o cos’altro. – Sì.
– Sì cosa? – dice, schiaffeggiando il destro.
– Ah! Sì, è coordinato.
– Cretina! Sì cosa?? – chiede ancora, colpendoli entrambi.
– Sì professore.
– Ora ci sei – dice, strizzandomi i seni con le mani. – Quindi è coordinato?
– Sì professore.
– E cos’hai sotto?
– Un perizoma viola col pizzo bianco, professore.
– Ah, un perizoma…Non mi sembra un intimo adatto da indossare al lavoro…
Continuo a tenere lo sguardo basso e vedo il mio seno, che si sta
arrossando inesorabilmente per quegli schiaffi sulla mia pelle delicata.
– Allora fai una cosa per me, fammelo vedere. Abbassa leggermente il
pantalone, infila due dita sotto e tiralo fuori, tiralo più in alto che
puoi in modo che io lo possa vedere. Poi fai un giro su te stessa.
Chiudo gli occhi presa dallo scoramento e li riapro lentamente. Faccio
come mi ha detto, sentendo il tessuto che preme e spinge contro le mie
carni che iniziano a gonfiarsi. Lo uncino ai lati con due dita e lo
faccio arrivare sopra le anche. Giro sul posto molto lentamente, fino a
tornare al punto di partenza.
– Ho sempre pensato che fossi una morigerata frigida. Non ti ho mai
visto buttarti addosso a nessuno del mio staff. E invece…guarda qua.
Mi prende una mano e la posa tra le sue gambe. Solo in questo momento mi
rendo conto di quanto sia sudato. Ha letteralmente fatto la sauna sotto
quel camice nell’ultimo intervento. Senza accorgemene stringo le dita
intorno a quel rigonfiamento come se fosse una cosa naturale. Perché la
mia mano ha fatto ciò? Cosa sta succedendo?
Posa le mani sulle spalle esercitando pressione, intimandomi a genuflettermi mentre sto di spalle alla vetrata.
– Slaccia i pantaloni della divisa.
Ormai mi sento totalmente in balìa di quest’uomo, della sua autorità, il
mio fisico esegue nonostante dentro di me vi sia un tumulto per via
dell’impeto di diniego verso tutto quanto! Ma ciò che più mi sorprende è
che stia eseguendo il tutto con una deferenza innaturale.
Gli sollevo la blusa e trovo la coulisse che chiude il pantalone. Tiro i due lembi e la allargo.
– Abbassali.
Infilo le mani sotto il pantalone con il pollice sull’esterno, facendoli scorrere giù. L’odore intenso di maschio m’investe.
– Ora le mutande.
Eseguo lo stesso movimento e faccio calare anche l’ultimo baluardo che
mi separa dalla sua intimità. L’odore è così pungente adesso, m’investe .
Mi avvicina il viso al suo membro, lo solleva e mi strofina lo scroto
pesante su tutta la faccia.
– Poco fa hai insistito un po’ troppo al mio rifiuto sulle ferie, ora
però non fai tanto la prepotente, eh? Senti qua. – Solleva lo scroto con
una mano e mi ci spinge la faccia davanti, in modo tale che il mio viso
arrivi proprio sotto le sue cosce. Sono sorpresa di questo atto, non mi
aspettavo questa sfumatura di sadismo in lui.
Sente la mia tensione, sente che cerco di ritrarmi e allora spinge il
bacino in avanti strofinandosi sul mio viso. Quando si accorge che sto
irrigidendomi ancora di più, si allontana.
– E ora prendimelo in bocca.
– Ma io… – provo a recriminare.
– Se non l’avessi capito, non sei nella posizione di poter avanzare alcuna lamentela né rifiuto.
– Ma professore…
Mi guarda con un bagliore cattivo negli occhi.
– Mi era sembrato di capire che volessi le ferie.
– Professore, io… – sto quasi implorandolo.
– Le vuoi o no le ferie?
– Io…sì.
– Allora sai quello che devi fare – mi dice, le mani posate sui fianchi e
le gambe larghe, in attesa. Più che un primario sembra un dittatore in
questo momento. Tiro fuori la lingua, un po’ esitante, e ne lecco la
punta. Rabbrividisco per quel sapore acre e strizzo gli occhi.
– Che c’è, non ti piace, forse? O sei diventata timida tutto d’un tratto?
Sto zitta e prendo un bel respiro, ma è peggio: quell’odore virile
penetra ancora più a fondo aggredendo le mie narici e il suo glande è
sempre più gonfio e lucido, non mi rendo conto di come lo stia quasi
contemplando.
Si accorge di questo mio stato quasi catatonico incalzandomi.
– Ti vuoi muovere? Pensi che abbia tutta la giornata per te? Sono il primario di ostetricia, ho altro da fare.
Mi dileggia. Non gli basta vedermi prostrata in ginocchio, vuole infierire umiliandomi.
Non riesco a decifrare le reazioni della mia mente, avverto una
sensazione ambivalente: da un lato vorrei sollevarmi, mollargli uno
schiaffo e fuggire da quello studio mentre dall’altro vorrei dar seguito
alle richieste del mio corpo che, accaldato, brama quel membro.
Sarà forse la situazione, il contesto, la sudditanza psicologica nei
suoi confronti ma percepisco distintamente i miei capezzoli irrigidirsi e
il mio monte di Venere gonfiarsi sprigionando un calore intenso.
La mia fica inizia a contrarsi costringendomi a serrare le gambe,
avverto delle gocce di umori fuoriuscire dalle grandi labbra sporcando
il perizoma. Non avrei mai creduto di potermi eccitare in una situazione
del genere, mai!
Con una mano poggio il membro sulla sua pancia e prendo il bocca un
testicolo. Roteo bene la lingua, finché non sento solo il sapore della
mia saliva. Lo sento sospirare e con la mano mi racchiude i capelli in
una coda di cavallo, tenendomeli su. Riservo lo stesso trattamento anche
all’altro testicolo, passando poi la lingua tra i due, cosa che lo fa
sibilare. – Guarda come ti piace…proprio vero che la prima impressione
non è mai giusta, vero?
Con un po’ di difficoltà li metto in bocca entrambi e succhio, facendolo
gemere rumorosamente. Mi bevo quei gemiti come se fossero acqua fresca,
succhiando alternativamente prima un testicolo e poi l’altro, facendoli
uscire dalla bocca e strofinandomeli sulle labbra. Vedo una corposa
stilla di liquido pre-eiaculatorio sulla punta, e golosa mi ci fiondo,
raccogliendolo tutto con la lingua, godendomi quel sapore aspro. Faccio
scorrere la lingua sulla sua asta, su e giù, fino a bagnarlo tutto. Una
volta ben bagnato, lo prendo tutto dentro la bocca, facendolo scivolare
senza difficoltà nella mia caverna calda. Quando stringo le labbra
intorno alla radice lo sento intensificare la stretta sui miei capelli.
Con la mano libera mi stringe il naso, in modo tale che non riesca a
respirare. Mi viene un attacco di panico ed inizio a tossire con il suo
membro in bocca, ma le vibrazioni dei miei sforzi lo fanno solo eccitare
ancora di più. Mi libera il naso e
prendo ad andare su e giù con la testa, seguendo i suoi gemiti. Quando
inizia a gemere più forte, rallento e gli succhio la cappella, tutte le
volte. Non lo voglio ammettere, ma sto eccitandomi come non avrei mai
creduto. Il suo orgasmo è l’unica cosa che mi importa in questo momento.
E lui ha deciso che non ha più voglia di aspettare. Con una mano mi
costringe ad andare su e giù a suo ritmo, con l’altra mi strizza i seni
alternativamente. La mano sui capelli si allenta, raggiunta anche
dall’altra, si spinge in fondo alla mia gola e tenendomi ferma spara
fiotti del suo sperma caldo sul mio palato molle. Sento le contrazioni
dello scroto sul mento, mentre sta venendo. Per non perderne neanche una
goccia, inizio ad ingoiare mentre ce l’ho ancora dentro la bocca. Lo
sfilo dalla bocca e lo ripulisco per bene, scorrendo con la lingua per
eliminare ogni traccia residua di sperma.
– Ora che ho scoperto che sei così brava, non vedo l’ora che tu mi chieda ancora le ferie.
– Professore, ma per quanto riguarda quelle della settimana…
– Ti verranno validate domani – mi dice, mentre mi guarda dall’alto
perché sono ancora inginocchiata. – Ora vestiti e torna al lavoro.
Passo la mano sulla bocca e sopra vi rimane una gocciolina bianca.
Faccio per rimettere il perizoma a posto ma lui mi blocca.
– Non ci pensare. Così ogni volta che ti chinerai tutti potranno vedere quanto tu sia troia.
Quel “troia” a fine frase, così diretto, così improvviso, provoca in me
un tripudio di sensazioni che bombardano sia la mente che il corpo.
Rimetto la blusa ed esco, accorgendomi solo in quel momento che la porta
non era chiusa a chiave e che dal parcheggio potrebbero aver visto
tutto attraverso la vetrata.
Non avverto paura né indignazione, percepisco soltanto un brivido che
percorre la mia schiena arrivando fino alla mia intimità bagnata, calda e
gonfia di desiderio.
Il mio dito indice si poggia sul mio labbro inferiore sfiorando i miei
denti, anche se non ho uno specchio davanti a me so di avere
un’espressione corrucciata in questo momento.
Nella mia mente improvvisamente scorrono, come in un film, le immagini
di poco fa: l’imposizione, il turgore del suo membro, i suoi testicoli
gonfi, la stretta sui miei capelli, la rigidità dei miei seni, il calore
della mia fica, i suoi gemiti, il suo sperma che s’infrange contro il
mio palato.
Un brivido percorre le mie grandi labbra costringendomi a serrare
nuovamente le gambe e…la mia espressione corrucciata muta in uno
strano e malizioso sorriso che non ha nulla di pudico o d’innocente.
Tanti dubbi, tante sensazioni contrastanti ma una certezza che il mio
corpo fornisce in modo inesorabile alla mia mente offuscata: “Mi è
piaciuto”.