Fantàsia #9 – Il ritorno

Questa è la parte 10 di 10 della serie Fantásia

di Bluebear

Una vita con la solita routine può avere svolte inaspettate…

Capitolo 9: Il Ritorno.

Carpe diem, quam minimum credula postero.

Arrivammo alla porta.
Inya mi si stringeva al braccio, respiro rapido, occhi socchiusi e volto
rivolto in alto, cercava di trattenersi: le scale erano state una dolce
sofferenza, era palese, ma evidentemente non voleva mostrarlo.

-Tutto bene?- domandai.
-Sìhh,- sibiló, -andiamo.

Aprii, entrai facendola accomodare mentre osservavo intorno: al posto
d’onore vidi di spalle Lei, La bionda misteriosa; Inya andando ad
accovacciarsi alla Sua destra, le poggiò la testa sulla gamba, come un
cucciolo; Lei mi accennó di sedere sulla sedia alla sinistra, dietro le
sue spalle.

-Lo sai perché sei qui vero?- sussurró con voce suadente, sensuale e avvolgente: dava serenità.
-Sì, credo di sì.
-Non sembri preoccupato, perché?
-Perché l’ho sempre tenuto in conto, anche se così no, non l’avrei mai
detto!- risposi indicando quel che avveniva nella sala ai piedi del
palco.
-Oh, quello? Quello è parte dei tuoi desideri.
-Già, avrei dovuto immaginarlo. Ma è proprio lei?
-Si.

Quel desiderio recondito: la sottile follia di lasciare ai sensi più
profondi la guida delle proprie azioni; raggiungere il piacere senza
alcun pensiero, liberi nel corpo e nella mente. Quel suo lato nascosto
che fugacemente aveva mostrato, tanto da scolpire nella mia memoria ogni
attimo in cui la sua esuberanza aveva preso il sopravvento; adesso lo
ammiravo palesemente: si muoveva come… no… era diventata quello che
aveva tatuato addosso.
La guardavo incedere con passo lento verso una coppia, gli occhi fissi
sulla donna, lui visibilmente eccitato: rosso in viso e fronte lucida di
sudore. Si portò al fianco di lei, avvicinando la bocca all’orecchio  a
sussurrarle qualcosa mentre con il dorso della mano le accarezzava una
guancia, scendendo lungo il collo, la spalla, il braccio e afferrarle il
polso.
Qualunque cosa le avesse detto fu efficace: la ragazza assecondó il
movimento che le stava imponendo: portare la mano verso i pantaloni di
lui, aprirne il davanti, estrarne il cazzo e iniziare una lenta
masturbazione a mani sovrapposte.
Con l’altra mano sulla spalla e continuando a sussurrare all’orecchio,
la fece accovacciare, gambe larghe, di fronte a quello scettro di carne,
mentre il lento va e vieni delle loro mani continuava.
Avvicinò le labbra alla bocca della ragazza, estrasse la lingua e ne
percorse il contorno, la risposta non tardò: come una murena esce dallo
scoglio attirata dall’esca del sub, così le due lingue si incontrarono,
con un’abile danza la guidò verso l’obiettivo, avanzando finché le due
bocche unite fecero sparire la punta di quel cazzo svettante. La
ragazza, ammaliata, prese l’iniziativa e proseguì da sola il pompino
mentre la mia compagna, la ritrosa, la repressa e ora invece maestra di
danze si portava sinuosa alle sue spalle per slacciarle il vestito
lasciandolo scivolare a terra, insinuando la mano al centro delle gambe
aperte: amplificare il piacere al massimo il suo scopo.

L’eccitazione dei presenti era palese e lei sapeva di averne il
controllo: bastò uno sguardo e il movimento di ripiegare l’indice verso
il palmo per richiamare a sé una donna sulla cinquantina che ubbidí
prontamente, come tirata da un guinzaglio.
Lo sguardo, il dito che aveva fatto da richiamo portato a sfiorare il
monte di Venere, allargare le gambe: tutto era un tacito ordine di
portare la bocca a soddisfare il suo piacere. Finché le attenzioni non
si rivolgevano su qualcun’altra: allora faceva in modo che la persona
lasciata venisse soddisfatta da qualcuno che si trovava a portata di
mano.
Era indiscutibile, lei voleva che l’iniziativa, la guida del gioco,
fosse condotta dalle Femmine; era padrona di se stessa e di tutti:
direttore di un’orchestra di corpi in amplesso, nessuno fu lasciato da
solo,  tutti erano intenti a far godere qualcuno.
Solo lei pareva insoddisfatta: il serpente era sempre in caccia. Non
trovava la sua preda: poteva fare un cunnilingus a una ragazza che in
quel momento veniva inculata o un face-sitting su una donna matura
scopata dal compagno, arrivò persino a segare un cazzo piantato nella
figa di una MILF formosa.
Come volesse rimanere al culmine dell’eccitazione senza mai farla
arrivare all’acme, ogni possibile variante di un’orgia la stava
sperimentando, ma senza mai concedersi fino in fondo.

-Sta cercando soddisfazione,- disse Lei, -non si placherá finché ciò che le brucia dentro non sarà soddisfatto.

Ero preso da quella performance, eccitato oltre ogni limite, dovevo
liberarmi, il cazzo mi faceva male per la posizione che aveva assunto
nei calzoni: mi sbottonai, lo estrassi e iniziai a massaggiarlo.
Vidi Inya sollevare il viso verso di Lei con espressione interrogativa,
ricevette un cenno di assenso a cui rispose con un sussurrato: -Grazie,
mia Signora.
Si alzò, venne dietro di me, mi bloccò e, richiudendo il tutto nei pantaloni, mi sussurró all’orecchio: -Dobbiamo andare.
Prendendomi per mano come si fa con un bambino, mi condusse verso il
lato del palco dove una scala scendeva con un ampio arco su di una
specie di presbiterio nella sala sottostante.
Stavamo arrivando in fondo alle scale e osservavo ancora la mia
compagna, rivolta di spalle, impegnata in un 69 sopra una ragazza
giovanissima che si faceva aiutare nel cunnilingus da una donna matura:
una lezione pratica di sesso orale probabilmente.
Fu un attimo, non ebbe scrupoli stavolta: lasciò quella giovine a bocca
asciutta scattando in piedi, alzò la testa annusando l’aria, si girò
verso di noi. Continuò a fissarmi mrntre co veniva incontro, si fermò
davanti a Inya alzando a mezz’aria la mano destra, lei rispose con un
baciamano.

-Sono pronta, Arwenamin.
-Lo so cara,- le rispose continuando a fissarmi mentre armegguava con la
mano sotto il vestito e estraendo un butterfly vibe, -Si vede, e si
sente.
-Vero, caro?- disse rivolgendosi a me, mentre mi piazzata sotto il naso quell’oggetto intriso di profumati e vischiosi umori.
-Sìhh.- Sospirai: cos’altro potevo dirgli, mi sentivo completamente fatto.
-Così mi volevi allora?- Mi sussurrò all’orecchio mentre si portava
sinuosa dietro di noi, -Una vergine vogliosa, una che prende
l’iniziativa sempre e comunque. Un animale da letto.
-No! Io non volevo… Io volevo… Io…- quelle parole erano una spina nella
pelle: non senti niente finché non la tocchi, ma se solo la sfiori fa
male.
-Oh, non ti preoccupare, anch’io ne sono la causa:  deluso da me? No,
forse, la verità è che ti sei illuso!- Diceva questo mentre allontanava
Inya da me. Le stava alle spalle e la tirava verso una larga chaise
longue imbottita al centro del palco in cui ci trovavamo.
-Dunque hai scelto,- disse mentre faceva scorrere la zip che apriva il vestito di Inya, -ne sei sicuro?
-S… si. Io t… ti vorrei, ma anche… anche lei mi… mi…
Il vestito non fasciava più Inya: quello era terra e lei, nuda, in piedi davanti al bordo della chaise longue, mi guardava.
-Oh, vedo che non hai ancora capito,- mi interruppe venendo al mio
fianco, -vedi, mio caro, non sei tu che puoi scegliere, siamo noi che ci
offriamo. Tu devi solo accettarlo.
-Ma…. io… lei…- ero allibito, o, meglio, pietrificato.
Le fece un cenno e Inya si sedette divaricando le cosce a mettere in
mostra il suo fiore, invitandomi a lei con il braccio sollevato.
-No, non tu: lei ti ha scelto per aprirgli la porta della Vita,- mi
sussurrò all’orecchio mentre mi stava spogliando, -e quelle del piacere,
ricordi?
-Sì, adesso si. Allora quel tuo invito ad uscire la prima volta…  lei a scegliere sull’aereo…  non… non c’è differenza….
-Già,  bravo, vedo che hai capito. Vai, esaudisci i tuoi desideri, lei si è offerta e io te la dono.
E così feci: saggiai la sua bocca, intrecciammo le lingue, mi guidò  a
scendere verso quella porta, la sua porta: il suo dono. E lo trovai
inebriante, profumato, saporito: me lo stavo gustando mentre si stendeva
e con le mani sulla mia testa guidava sui suoi punti più sensibili. Era
una fonte di nettare inesauribile, finché mi attirò di nuovo verso
l’alto.
-Entra!- Un ordine, un desiderio, una supplica. Le sue mani che dal mio
viso scendono lungo il petto, i fianchi; una mano che afferra il cazzo
alla radice, una che apre le sue grandi labbra; una leggera trazione e
la punta è all’imbocco, caldo, umido, avvolgente e stretto. Un ostacolo,
il suo sguardo, le sue mani di nuovo sui miei fianchi e le gambe aperte
e sollevate che si chiudono premendo lentamente i talloni sulle mio
culo; la sua espressione sofferente quando la porta si apre e quella
estatica dopo essere entrato a fondo. Il primo dono é aperto.

E tutti gli altri seguirono: tutto ciò che avevo desiderato, senza
limiti, Inya non si risparmiava e così faceva la mia compagna. Godevo di
loro e loro di me ma in modo speciale: ogni volta che stavo per
raggiungere il punto di non ritorno o una o l’altra me lo bloccava,
stringendo la base del cazzo. Era pazzesco: godevo ma non venivo.
Finché…

Io, lei e Inya sotto di noi: formavano un triangolo perfetto: mancava
poco e sarei venuto alla grande  Mi prese la testa fra le mani e
avvicinò il viso, mi guardò negli occhi ma lo sguardo era oltre il mio:
-Sapevi che ogni desiderio ha una contropartita, vero? Accettare è stata
la tua scelta,- disse con voce sospirata e triste, -lei è parte di me,
tu sarai la parte di lei in me.
L’orgasmo fu assolutamente devastante, adrenalina pura in vena, inarcai
la schiena per affondare il più possibile in quella figa che mi si stava
contraendo sul cazzo: volevo far combaciare le naturali aperture di
cappella e utero, volevo sparare tutta la mia essenza direttamente nelle
sue ovaie, il mio dono a chi si è donato.
Esplosi in un urlò animale: -AAAHHHH…
‘Click’, il collare mi si chiuse al collo: Lei dietro di me: -Adesso sei completamente MIO!

-…TTENTAAA!!!- Un attimo, poco prima della fine, poi solo buio, pace, serenità.

-Ok, dottoressa, l’abbiamo ripresa, sembra stabile.-
Sentiva le voci ovattatate, gli occhi non volevano aprirsi, ogni singolo muscolo del corpo doleva.
-Dai, su, apri gli occhi.
Quella voce…
-Dai, forza, resta con noi, tu almeno sei stata fortunata: non mollare proprio adesso!
Sì, era lei, ma cosa era successo?
-Arwenamin…
-Cosa ha detto?- chiese l’anestesista.
-Non ho capito…- rispose la dottoressa, -Arleen, aveline… qualcosa del genere.
Socchiuse gli occhi: si, Gelith era lì, sarebbero state protette e avrebbe istruito sua figlia al meglio.
Scivolò ancora nel buio e nel silenzio: adesso voleva solo riposare… per ora.

La dottoressa tolse la catenina dal collo della donna che stava
soccorrendo, il ciondolo, a forma di Y, le dava fastidio nelle manovre.
Conosceva quel simbolo: la runa Algiz, Protezione nell’affrontare
situazioni inesplorate. Sollevò la testa osservando il corpo esanime
dell’uomo tra le lamiere, anche lui ne portava uno al collo. Uno sguardo
intorno: una donna bionda passava indifferente tra la folla di curiosi
verso le operazioni di soccorso dello strano incidente stradale, un uomo
la seguiva appresso.

-Sará fatto, Mia signora…- sussurrò la dottoressa osservandoli allontanarsi.

(Anni dopo)

-Ciao, Zia!- salutò Enya.

Sì, Zia Sophie, non una vera zia: lei la chiamava così. La dottoressa
che soccorse sua mamma anni prima. Convivevano da che si ricordava e
avevano un rapporto speciale, complice: gli avevano insegnato certi
giochetti!

-Heilá, viperetta, com’è che sei tornata così presto?
-Devo prepararmi per bene. Il mio nuovo ragazzo mi porta al Club Avalon,
una bella cenetta, poi a ballare e infine una notte nel loro resort
cinque stelle superior: festeggeremo alla grande il mio ventunesimo
compleanno: ho intenzione di spolparlo vivo, non sa cos’è esattamente
quel posto.
-Uhm. E come fa ad avere due inviti nel club privè più esclusivo del Paese?- chiese dubbiosa, -Naviga nell’oro?
-Sua nonna, quando siamo andati da lei: gli ha regalato una gift-box
dicendo che non sapeva cosa farsene e che sarebbe servita molto di più a
lui.
-Che nonna perversa! Sai come si chiama il pacchetto?- Chiese Sophie,
una punta di apprensione nella voce, -Così magari lo regalo anch’io a
tua madre e ci spupazziamo un poco come si deve.
-Siete due porcelline fatte e finite! Mi pare si chiami ‘I tre desideri’, della… Aliz, Agiz o qualcosa del genere.
-Algiz, forse?
-Sì, forse. Sai, ha un logo quasi uguale a una delle tessere che tieni
nel sacchetto ricamato  col serpente: una Y ma con una stanghetta in
più.-  Rispose Enya avviandosi verso il bagno.
-Sì, Algiz: la runa Protezione- disse tra sé Sophie.
-Cosa?- Aveva aperto la doccia.
-Niente, cara…- le rispose ad alta voce, terminò sussurrando: -…niente.
Si diresse verso la cabina armadio della camera padronale, fece scattare
un  listello largo una ventina di centimetri: una intercapedine tra due
armadi si aprì. Attese che Enya finisse la doccia.

-Gelith, sono arrivata! Ho incontrato giù questo ragazzo che dice di…
-Essere venuto a prendermi. Si. Ciao, Ma’. È Conn, il mio ragazzo.- urlò
dalla camera Enya.-Finisco di truccarmi e arrivo! Vedessi che regalo mi
ha fatto Zia.
-Ok. Gli offro qualcosa, intanto.-
-Allora? Cosa gradisci, Conny? Caffè, té… Mé?
-Conn, signora, il mio nome è Conn. Grucio Marx, giusto?- Enya lo aveva
avvisato che mamma metteva alla prova la cultura dei ragazzi con cui
usciva, -una Coca-Cola, se possibile, grazie. Nell’attesa della ragazza
disquisirono su vari argomenti.
Il ragazzo stava bevendo l’ultimo goccio quando sgranó gli occhi
cominciando a tossire in modo convulso: la bibita gli era andata di
traverso.
Ween si alzò preoccupata per dargli alcune pacche sulle spalle: -Su, su,
Conny. E che diavolo t’è preso? Cos’è, hai visto un fantasma?
Si, forse si, gli occhi del ragazzo erano fissi in un punto preciso: la
porta della camera padronale. Ween voltò la testa in quella direzione:
un brivido, che già in passato aveva provato, le attraversò il corpo.
-Ma… coff… ma…- Conn cercava di dire qualcosa tra i colpi di tosse,
-coff… è… coff.. inde… coff… cente! Davvero mi… coff.. permetterete di
portarla al fuori così?
Wenn si riprese dalla sorpresa senza darlo a vedere al ragazzo.
-Si, perché? Cosa non va? È un vestito da sera più che adeguato per dove
state andando,- disse Zia Sophie spuntando da dietro Enya,
-specialmente considerando la vostra conclusione di serata.
Enya abbozzó un perverso sorriso malizioso.
-Beh, contente voi!- rispose Conn, -andiamo? Ho la macchina sotto.
-Ehi, ehi, ehi. Dove credi di andare con lei bardata così!- Lo bloccò Ween.
-Ah, certo. Volevo ben dire, bel dolcetto o scherzetto!- Il viso del ragazzo tradiva una certa delusione.
-No, non hai capito: domani inizia novembre, fuori è sottozero e sta
calando un nebbione che non si vede a un palmo,- spiegò Ween, andando
velocemente verso la camera per riapparire con un pesante drappo nero e
rosso sul braccio e, in mano, una specie di collare in raso nero.
-Vuoi essere tu a metterglielo?- chiese, rivolta al ragazzo.
-È una cosa che non si usa più da tempo: un mantello che apparteneva
alla nonna di Sophie,- Lo disse guardandola e ricevendo un
impercettibile assenso col capo, -tiene più caldo di un cappotto e non
rischia di sgualcire il vestito.
-Questo va allacciato al collo: fa da colletto.- gli spiegò la zia mentre porgeva al ragazzo il collare.
Quando Conn fece scattare la chiusura ebbe una strana sensazione alle
parti basse e fu quasi certo che anche Enya provò qualcosa, perché ebbe
un leggero sussulto che la fece inarcare leggermente con la schiena e
socchiudere le labbra; quindi fu la volta del mantello: agganció la
parte interna in raso rosso ai cinque anelli equidistanti presenti sul
colletto.
Indietreggió di qualche passo ammirandola: -Eheheh, se lo tieni chiuso
ti manca solo il cappello a punta e sembri proprio una strega,- la prese
in giro,- dai, andiamo, siamo già in ritardo.- disse, prendendola per
mano.
-Ti fermerai per pranzo domani?- chiese Ween con tono era forzatamente
scherzoso mentre scendevano le scale, -Dopo che avrete festeggiato credo
ne avrai molto bisogno.
-Se non muoio prima!- rispose il ragazzo scendendo le scale.
-NON…- soffocò il rimprovero in gola, era dal giorno prima
dell’incidente che non sentiva quell’odioso saluto, chiuse la porta alle
spalle tornando in soggiorno.
-Allora?- chiese Sophie.
-Sì, Arwenamin,- si stese sul divano, la testa sulle ginocchia di
Sophie, -sua nonna doveva saperlo, per questo deve averglielo dato.
-Già, le è toccato un maschio.
-Nonna Ween… – sospirò, -mi suonerà strano essere chiamata così, speriamo solo sia Femmina.
-Oh, lo sarà. Sono certa che lo sarà. – cercò di consolarla Gelith.

-Meno male che esiste il GPS, cazzo! Con questa nebbia non vedo neanche
il cofano della macchina.- Conn temeva di arrivare tardi al ristorante.
-Non ti preoccupare, ci aspettano.- Lo rincuoró Enya poggiando la mano
sulla coscia e risalendo maliziosamente verso il pacco che, da quando
erano usciti di casa, era mediamente sull’attenti.
Arrivarono col buio calato da un pezzo.
“Peccato, a Enya sarebbe piaciuto la vista dal promontorio di fronte al castello” pensò Conn.
-Non fa niente, lo vedró domani.- sussurrò lei varcando la porta del Resort tenuta aperta da un portiere in livrea.
-Cosa?- Il ragazzo non aveva afferrato cosa avesse detto ma lei non
rispose alla domanda: fece finta di non aver sentito. La guardarobiera
le si avvicinò mentre si stava sfilando il mantello dal collare:
-Bentornata, Inya.- le disse sottomessa la ragazza  chinandosi a
raccogliere da terra il mantello lasciato cadere dalla ospite.
Conn non si accorse di quel particolare saluto: era passato oltre
osservando verso l’altro lato della hall  una strafiga bionda seduta al
bancone del lodge bar, così particolare da attirare la sua attenzione:
portava grandi occhiali da sole sotto un cappello a tesa larga, collo
lungo e sottile delineato da due lunghi pendenti Swarovski, simili a
serpenti: non sapeva bene perché, ma ebbe netta l’mpressione che stesse
osservando proprio lui.
Anche Inya guardò in quella direzione, fece un leggero inchino: un
saluto regale. La bionda rispose sollevando il calice che teneva in
mano.

Lei fu, Lei è, Lei sempre sarà.
Lei non ti segue… mai.
Lei ti aspetta.
Non può esistere se tu non esisti.
Sii pronto.
Fino a quel momento… sta a te fare in modo di non avere rimpianti quando la incontrerai.


Questo racconto diventato un e-Book scaricabile dalla nostra sezione apposita.

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