Fantàsia #8 – La scelta

Questa è la parte 9 di 10 della serie Fantásia

di Blubear

Una vita con la solita routine può avere svolte inaspettate…

Capitolo 8 – La scelta.

An làmb a bheir, ‘s i a gheibh.

Beh, mi era già capitato di avere vuoti di memoria nei periodi di stress
eccessivo, ma al massimo si trattava di non ricordare dove avessi
appoggiato qualcosa: sbarcare dall’ultimo volo della giornata senza
ricordarsi il momento della partenza mi faceva strano…  quel sogno poi… e
la scena di noi, quattro gatti di passeggeri, scesi da un aereo da
centocinquanta posti in un aeroporto completamente deserto, se non per
qualche sparuto inserviente che gironzolava per gli ambienti e tutti
abbastanza rintronati, vista l’ora tarda, era abbastanza angosciante.

-Buonasera.- Al mio saluto l’agente ai passaporti mi squadrò come se la stessi prendendo per il culo.
-Motivo del suo arrivo qui?
-Affari.- risposi, al che mi guardò dubbiosa.
-Qual è la sua destinazione?
-Per stanotte mi fermo in città poi gireró per fare visita a vari
clienti.- Risposi in modo neutro mentre la poliziotta dai capelli
corvini sfogliava il passaporto, volessi mai che facesse problemi.
-Ne è sicuro?- Domandò con fare più investigativo, continuando a fare un
girotondo con lo sguardo tra me, il monitor e il passaporto.

“Certo che no, mi sono fatto un viaggio di diecimila miglia per essere
qui apposta a farmi fare un pompino proprio da te!” Fu il pensiero
fugace che mi passò in quel momento per la testa come risposta da darle.
Le solite domande psicologiche di controllo del cazzo: alle volte
avevano il potere di irritarmi, però non mi parve il caso di esternare
in quel modo il mio disappunto.
Quindi optai per un più normale: -Certamente. Il viaggio è stato prenotato dalla mia segretaria, perché?
-Uhm.- fu la risposta, come se i dubbi della poliziotta fossero aumentati.
-C’è qualche problema?- Le chiesi, non avrei voluto tirarla per le
lunghe: volevo solo arrivare in fretta in albergo e stendermi. Oramai
ero rimasto l’ultimo, non c’era più nessuno ai controlli, solo io e lei.
-Come mai ha un visto speciale?
-Un… cosa?
-Attenda li e non si muova.- E mi indicò il recinto di stand-by mentre si attaccava al telefono.
Mi tenne sott’occhio fin quando non arrivai al posto indicato, quindi
voltò le spalle, sicuramente voleva impedire che capissi lo scambio di
battute con la persona all’altro capo.
-Rimanga lì.- mi disse uscendo dal suo gabbiotto qualche istante dopo, allontanandosi col mio passaporto.
-Ma… io…- replica inutile, non mi diede retta, ormai era troppo lontana per sentirmi.

Solo, in zona franca, con l’aeroporto praticamente chiuso, senza
passaporto e con un problema di visto… Ma quale visto? Io ero in area
Schengen.
“Ma che cazzo sta succedendo?” pensai. Cercavo una spiegazione plausibile ma tutte, per una o più ragioni, da scartare.
“Dove diavolo sarà finita adesso, è da un pezzo che se n’è andata!”
23:59 segnava l’orologio del tabellone orario voli… 00:00.

-Venga con me!
-Porta puttana!- Altro non mi uscì di bocca dal colpo che mi prese nel sentire quel ordine improvviso alle spalle.
“Ma da dove cazzo è arrivata?” pensiero appropriato, ma fuori luogo da esprimere ad un funzionario di polizia.
-Dove?- Le domandai.
-Non faccia storie, si muova!
-Ma vorrei sapere perché…AHIO!
Mi aveva afferrato il gomito premendo col pollice nell’incavo, come una
morsa: un dolore lancinante. Allentava solo se assecondato il movimento
di seguirla; quindi…

Mi diresse verso la porta di accesso agli uffici: quella normalmente
riservata al personale, aprendola col suo badge. Camminammo lungo un
corridoio chiuso,che dava su uffici vuoti, fino ad un ascensore con la
chiamata a chiave. Le porte si aprirono e lei mi infilò dentro.
-Digiti tredici appena chiuse le porte.
-Ma… scusi, non viene con me? E il mio passaporto?
-Faccia come le dico!
-HEI! UN MOMENTO! COSA…- le porte si richiusero ad una velocità incredibile -…sta succedendo?
Ok, adesso c’era di che preoccuparsi seriamente: decisamente quello non era un normale protocollo di polizia.
“Dio, Dio, oddio.” pensai osservando in giro: porte ermetiche a filo
parete; rivestimento in inox, come le pareti e il soffitto; nessuna
botola di ispezione; nessuna consolle con pulsante di allarme o apertura
porte; un tastierino numerico inciso a lato della porta. Se avessi
sofferto di claustrofobia sarebbe stato il panico più totale.
“Ha detto tredici… quindi…” digitai 1: si illuminò; digitai 3: anche questo.
Qualche secondo e le porte si spalancarono.
“?!?!?! Una reception?! E  da quanto in questo aeroporto esiste un hotel interno, e di lusso poi!”
La concierge sollevò la testa da quello che stava facendo dietro al
bancone, e le doveva piacere parecchio a giudicare dalla faccia. Mi fece
cenno di avanzare.
-Un secondo e… vengo… da lei.
Mi scappó un sorriso per l’immagine che quel ‘vengo’ sospirato mi stampó
in testa, forse un po’ beffardo perché se ne accorse e ne sembrò
offesa.

-Ben arrivato, la stavamo aspettando.- disse dopo qualche istante
alzandosi dallo sgabello su cui era seduta, aggiustandosi con un rapido
movimento la gonna molto mini fin troppo ben sollevata.
-Veramente non capisco perché. Non dovrei essere qui, mi ci hanno mandato e sinceramente…
-Se si trova qui è  perché così è stato deciso.- mi interruppe lei,
-Adesso le fisso la camera, così si potrà rinfrescare prima di
riprendere il viaggio.
-Si, certo, sicuro. Senza bagaglio ne passaporto!- fui un poco acido e me lo fece notare con un’occhiataccia.
-Scusi. Non volevo essere scortese. Vede, sono stanco, non è che mi sento tanto bene e sono in una situazione alquanto strana.
-Scuse accettate!- Rispose, -La capisco: ci capitano molti ospiti così,
però, effettivamente, la sua posizione è leggermente fuori ordinario,
anche se non è la prima volta.
-Comunque continuo a non capire.
-Adesso l’accompagno in camera, così si rinfresca e riposa un po’ prima che la vengano a prelevare.
-Auff,- sbuffai, -sembra proprio che non riesca a farmi capire.
Ero troppo stanco, stufo, gli occhi mi si chiudevano da soli: mi arresi.
-Ho capito benissimo,- mi sussurrò avvicinandosi col busto per non farsi
sentire, da chi non lo so, -ma non sono autorizzata a dare certe
informazioni.
Informazioni no, ma la vista del suo decolté, nella posizione in cui
stava, fu un calmante sufficiente… beh, calmante… due bocce quarta
misura senza reggiseno…
“Minchia!” L’aveva fatto apposta, ero sicuro, l’aveva fatto apposta. Si
rimise eretta come un soldatino, che mi venisse un accidente se non
sembrava un invito.
-Stanza 1331.- Scandí in modo chiaro, -È qui sul piano. Mi segua che l’accompagno.
Resa incondizionata.
Alzai le spalle: -Va bene, andiamo!

Si incamminó lungo il corridoio a lato del desk, io mi attardai un
attimo sulla soglia mentre lei andava avanti per uno sguardo
all’ambiente che stavo lasciando: di fronte alla reception l’ascensore
da cui ero uscito: sulla sinistra il salottino di attesa; sulla destra
il lodge bar; nessun altro ingresso o vetrata verso l’esterno; pareti di
marmi e stucchi in bianco su nero; quadri di nudi artistici (
probabilmente una ‘personale’ di qualche fotografo/pittore) e…
Quasi scoppiai a ridere: un movimento con la coda dell’occhio al desk.
“AH! PPPERÓ!!!” Pensai nel vedere quel botolino di rossa mozzafiato alta
non più di 1.55, con due tette sesta misura fuori dalla camicetta,
uscire da sotto il bancone e dirigersi verso il bar, si leccava le
labbra facendo un gesto inconfondibile con la mano.
“Se non ti lecchi le dita… alle volte, la pubblicità…” giuro, fu una sofferenza…
-Allora andiamo?-
…non riderle in faccia: -Si… si… andiamo!-
“Non sta a me giudicare.”

-La sua stanza.- disse la concierge entrando,- nel bagno troverà l’occorrente per la toilette, nell’armadio il ricambio.
-Grazie. Molto gentile.- Risposi.
-No, grazie a lei per la comprensione.- Lo disse prendendo la mia mano
destra e poggiando il suo indice sinistro sulle mie labbra, prima darmi
un bacio a sfioro sulle stesse.
Ritornò sui suoi passi lasciandomi lì, impalato davanti alla porta che si richiuse dietro di lei, interdetto… “Deja-vu?”

Una doccia. Decisamente mi ci voleva  una doccia per far passare la
stanchezza e la tensione che avevo accumulato, poi avrei inforcato il
letto. Al da farsi avrei pensato l’indomani, per adesso avevo solo
bisogno di dormire; andai a controllare nell’armadio: un completo scuro
con tanto di camicia, calze e scarpe coordinate; almeno per il cambio
ero a posto.

Mi portai in bagno, aprii l’acqua della doccia e iniziai a spogliarmi.
“Ma che diavolo… e quando sarebbe successo che mi sia depilato?”
Stavo per chiamare peró, visto il livello di assurdità raggiunto, mi sembrò inutile aggiungerne altri e poi non era spiacevole.
“Finalmente!” Il dolce rilassamento dei muscoli al contatto del materasso fu un bell’invito per Orfeo: mi addormentai di botto.

Toc, toc
-Umpf.
Toc, TOC.
“E adesso chi rompe i coglioni!”
Brutto essere svegliato nel pieno del sonno, anche se avevo riposato
abbastanza con quel poco di ore di sonno: avrei voluto stare ancora
qualche minuto a letto.
-Arrivo!- Rivolsi alla porta mentre mi mettevo un asciugano in vita per andare ad aprire: ero andato a letto nudo.
“Ma che ore sono?” 00:00, era fermo.
“Perfetto! Millequattrocento euro di Khaki X-Wind.”
Aprii la porta distratto dal cercare di  rianimare l’orologio.
-Vestiti, dobbiamo andare.
Un tuffo nel fiume alpino dopo una sauna finlandese, si, certo, fu
proprio quella la sensazione sulla pelle nel sentire quella voce.
Lo sguardo mi passò dall’orologio alle perfettamente curate dita, pelle
olivastra, ferme sulla soglia, calzate in sandali che spuntavano dal
bordo di un vestito da sera lungo: un Armani forse, visto il colore
rosso. Sollevai lentamente lo sguardo: sapevo cosa avrei trovato alla
fine.
-Tu!
-Si.
-Allora…
-Sì.
-Devo farlo adesso?
-Sì, mi dispiace. Ma lo sapevi, questo è il prezzo.
-Va bene. Scelgo lei… e te.
-Grazie.
Andai a vestirmi mentre Inya entrava. Si sedette sul letto, era stupenda.
-Sono pronto. Andiamo.
La presi sottobraccio e ci incamminammo lungo il corridoio, verso le scale. Lei fece un sospiro, mordendosi il labbro inferiore.

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