Fantàsia #4 – Materia prima

Questa è la parte 5 di 10 della serie Fantásia

di Blubear

Una vita con la solita routine può avere svolte inaspettate…

Capitolo 4: Materia prima.

Gutta cavat lapidem.

Cominciava a riprendersi, si sentiva tutta indolenzita ma almeno riusciva a muoversi.
Solo gli occhi facevano fatica ad aprirsi ma una volta riuscita cercò di
guardarsi intorno per capire dove si trovasse. In un primo momento
mettere a fuoco fu difficile, come si fosse svegliata da un lungo sonno,
li strofinò col dorso delle mani e gradualmente le allontanò dal viso
riuscendo nell’intento di focalizzare un punto preciso. Bene, anche la
vista stava riprendendo le normali funzioni.
“Dove sono? Cosa mi è successo?” Domande senza risposta nella sua mente
ma normali per chi si risveglia in un luogo diverso da dove pensava di
essere. Ma più di tutte la preoccupava quella a cui solo lei poteva dare
risposta…

“Chi sono?”

La mente era vuota, per quanto si sforzasse nulla riusciva a far breccia
in quel sipario bianco, nessuna immagine o ricordo. Sollevò lentamente
la schiena dal letto finché non fu seduta, le girava la testa, era
completamente nuda e sentiva addosso l’odore di sesso.
Si guardò intorno, era al centro della stanza adagiata su di un letto
circolare con lenzuola di seta bianca. La parete alla sua destra era
completamente a specchio, con delle fessure a formare un rettangolo,
come se in quel punto vi fosse una porta. Sul lato opposto la luce del
sole filtrava da una tenda pesante rossa che doveva celare un’ampia
finestra. Di fronte poteva vedere il bagno, separato dalla stanza da una
vetrata che permette di vedere tutto quello che vi succedeva
all’interno, mentre alle sue spalle una porta di accesso a un guardaroba
che sembrava vuoto.
Poggiò i piedi a terra e provò ad alzarsi, le riuscì abbastanza
facilmente anche se sentiva le gambe deboli ma tutto sommato stava in
equilibrio, quindi si arrischiò a dirigersi verso la tenda, l’aprì quel
tanto che bastava per vedere fuori ma, essendo nuda, rimase al riparo da
eventuali sguardi indiscreti.
Nulla! Non c’era nulla. Scostò completamente la tenda, nessuno avrebbe
potuto vederla: di fronte a lei una grande vetrata scorrevole dava su un
patio oltre il quale un giardino ben curato, chiuso su entrambi i lati
da pareti alte circa sei metri, terminava con una piscina particolare
che occupava tutta la larghezza del giardino, la parete esterna
trasparente si affacciava sul vuoto come fosse stata sull’orlo di un
dirupo, oltre solo la distesa del mare fino all’orizzonte. Si,
decisamente era come se si trovasse su l’estremità di un promontorio,
sentiva infrangersi le onde.
Cominciò a girare per la stanza per trovare un indizio che le permettesse di capire dove si trovava.
La parete a specchio effettivamente aveva una porta, ma poteva essere
aperta solo dall’esterno. Il guardaroba era immenso, ma solo la
scarpiera era utilizzata, piena di una infinità di scarpe di tutte le
forme e colori ma tutte molto sexy con un tacco sottile alto minimo 10
centimetri.
Le cassettiere erano vuote tranne qualcuna che conteneva calze
autoreggenti e reggicalze di varie fogge. Il mobile per il trucco invece
conteneva tutti i suoi accessori, anche  oltre ogni limite.
Il bagno era molto spazioso, dietro un divisorio in vetro c’era una
doccia a pioggia che occupava tutta una parete, asciugamani e
accappatoio in lino erano poggiati su delle mensole all’ingresso della
sauna posta sulla parete opposta alla doccia e al centro della stanza
una vasca con idromassaggio già piena d’acqua, così ampia da contenere
almeno tre persone; water e bidet erano sulla parete di fondo ma senza
alcunché potesse dare un minimo di privacy.

Decise che una doccia le avrebbe fatto bene: voleva togliersi quel odore
di sesso che le impregnata la pelle. Andò alle mensole vicino alla
sauna dove,oltre agli asciugamani in lino, era esposta una vasta scelta
di saponi in bottiglia, ognuno con una particolare essenza, li odorò
tutti decidendo che Ylang-Ylang e Patchouli sarebbe stata la scelta
corretta, si diresse alla doccia, apri l’acqua e cominciò ad
insaponarsi.
Finalmente qualcosa che riusciva a farla rilassare, i muscoli
riprendevano vigore, il massaggio della spugna insaponata sulla pelle
era piacevole, anche troppo, perché stranamente cominciava a renderla
molto sensibile.
Ogni volta che passava la spugna sui seni sentiva uno strano formicolio
partire dalla nuca, scendere lungo la spina dorsale e stimolare le parti
basse fino a fermarsi in un punto preciso all’interno del suo ventre,
proprio dove si trovava l’utero.
Era piacevolmente attratta da quello stimolo, scivolò con una mano fino
al capezzolo, stuzzicandolo con le dita finché si inturgidì mentre con
l’altra mano portò la spugna insaponata verso il boschetto sul monte di
venere.
Cominciò con dei lenti movimenti circolari, quello strano formicolio era
scomparso ma dal punto in cui si era interrotto cominciò ad irradiarsi
una sensazione che stava aumentando la sua eccitazione. Sentiva le
grandi labbra congestionare e si stavano bagnando non solo dall’acqua
che le scendeva lungo il corpo fino in mezzo alle gambe.
Non resistette oltre, lasciò cadere la spugna, allargò leggermente le
gambe e scese con la mano in mezzo ad esse, il dito medio si introdusse
in mezzo alla fessura incontrando la clitoride turgida, inserì anche
l’anulare imprigionando quel bottoncino magico fra le estremità delle
falangi, fece scorrere su e giù le dita lungo le piccole labbra
aumentando gradualmente il movimento fino ad arrivarne a sentire
l’imbocco della vagina, piegò le due dita e le affondò in essa. Le
sentiva deliziosamente avvolte da quel ambiente caldo e umido, ogni
affondo le aumenta il piacere ma cominciava a non bastarle, voleva di
più: un cazzo che la prendesse lì su due piedi.
La bottiglia di sapone era a portata di mano, sembrava fatta apposta: il
tappo a forma di pigna, un diametro che la mano poteva avvolgere tra
pollice e indice, liscia e uniforme.
Si accovacció a gambe larghe e con le dita che stava estraendo dalla
vagina dischiuse la vulva. Iniziò a introdurre la punta di quel dildo
improvvisato, non era la stessa cosa di un cazzo ma adesso si sentiva
più appagata. Penetró molto lentamente perché voleva assaporare quel
momento il più a lungo possibile, con la stessa lentezza lo estrasse
quasi completamente per poi affondare ancora. Ogni colpo diventava
gradualmente sempre più veloce, seguendo il montare del suo orgasmo.
Sola con sé stessa chiuse gli occhi e cominciò a lasciarsi andare, stava per venire…
“Sìii… sfondami… dammelo tutto… fino in fondo….” la sua mente cercava
di immaginare qualcuno che la prendesse mentre iniziavano le prime
contrazioni vaginali dell’orgasmo.
Portò entrambe le mani al seno e cominciò a strizzare i capezzoli mentre
il dildo entrava e usciva sempre velocemente dalla sua vagina.
-Sìii… Sìii… continuahhh…- cominciò con un sussurro finché esplose
l’orgasmo -SSSIIIIHHH… BASTARDOÒOHH!… FAMMI GODEREEEHHH!!!- urlò con
tutto il fiato che aveva in corpo, la figa venne liberata dal dildo e
copiosi umori ne stillavano fuori.
Si voltò di scatto verso la presenza alle sue spalle, con entrambe le
mani le afferrò la nuca e cercò le sue labbra. Fu un bacio profondo alla
ricerca della lingua avversaria da succhiare, voleva avere uni scambio
di salive e  la risposta ci fu, calda, intensa, di una passione furiosa.
La presenza ricambiò l’abbraccio  accompagnandola nel sollevarsi in
piedi, sentì quei due seni sodi contro i suoi, il sipario bianco nella
sua mente si aprì: Lui che usciva per andare all’aeroporto, la
telefonata, l’incontro al parcheggio, Hande, la ‘visita’. Seppure ancora
qualcosa le sfuggiva: il volto e nome di Lui e soprattutto il proprio.
Solo in quel momento si rese conto che era tra le braccia di una donna e
in un atteggiamento decisamente sconveniente.
-AH!- urlò spalancando gli occhi e allontanando da lei quella presenza.
Di fronte a lei,  nuda e con ancora in mano il dildo improvvisato Hande stava chiudendo l’acqua della doccia.
-Benvenuta tra noi, Ween.- disse osservando da un passo di distanza la
posizione verginale della sua allieva, -Pensavo che l’effetto della
visita ti fosse già passato. Però ora si, vedo che adesso sei
decisamente tornata te stessa.

Cercava di coprirsi come poteva: un braccio sul seno e una mano sul
pube, lo sguardo smarrito. Avrebbe voluto nascondersi da quella specie
di statua classica in carne ed ossa di fronte a lei che la stava
squadrando.
Una coda di capelli corvini, gli occhi azzurri molto penetranti, un seno
sodo dalle punte all’insù, una vita sottile che si allargava su dei
fianchi ben modellati da cui partivano due gambe slanciate dalle
classiche tre fessure. Al centro di esse la collina del piacere con il
piccolo triangolo di peli: corvini anch’essi  e ben curati.
Stava in punta di piedi come se portasse dei tacchi altissimi.
-Chi… chi sei?- chiese col cuore che le batteva ancora in gola -Per…
perché mi trovo qui? Dove sono? E perché mi chiami Ween, sai chi sono?
-Quante domande! Calma,  avrai le risposte a tempo debito. Al momento
tutto quello che ti è dato sapere è che Ween è il tuo nome o, per essere
più precisi, quello che ti è stato assegnato fino a quando non avrai
terminato il tuo percorso. Sono Hande, la tua attendente; ma questo lo
sapevi già.
-Quale percorso?- incalzò Ween.
-Come ti ho già detto: lo saprai a tempo debito!- rispose con un piglio un po’ severo Hande.
-Adesso vieni che ci prepariamo.- continuò uscendo dalla doccia e
aprendo tra le braccia il telo di lino pronta ad accogliere Ween per
asciugarla.
-Allora? Ti muovi?- la incitò spazientita -Ci stanno aspettando!
-Chi?- chiese Ween avvicinandosi titubante, sempre coprendosi con le mani -Chi ci aspetta?
-Finiscila di fare domande!- fu la risposta secca mentre veniva avvolta dal telo caldo -Vai in guardaroba e aspettarmi.
-Ma…- cercò di insistere Ween ma Hande le si pose davanti fissandola in
modo severo -Ho detto: VAI!- mentre  indicava la porta del guardaroba;
non lo urlò,  ma quel ‘VAI’ pronunciato in quel modo le fece venire la
pelle d’oca, quindi preferì ritirarsi senza insistere oltre.

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