C’era una volta una stronza in Canadà

di Alessandra V.

Capitolo 12 – Fammi piangere

I miei occhi iniziano ad aprirsi al suono di passi che si avvicinano.
Mi guardo intorno con la vista ancora sfocata.
Questa stanza la conosco…
Capisco di essere nel retro del Sexy Shop dove lavora Coraline.
La Nostra stanza.
Un paradiso di pause-pranzo passate a mangiare porcherie fritte, fumare
canne, guardare porno ridicoli e scopare sul tavolo dell’archivio.
Cerco di muovermi e mi accorgo di essere completamente immobilizzata su una sedia, con i polsi e le caviglie legate.
Come sono finita qui dentro?
I passi si fanno sempre più vicini, sembra un suono di tacchi.

La porta si apre e una figura entra nella stanza. Si avvicina alle mie
spalle, dal profumo capisco che si tratta di Coraline. Indossa quel
vestito nero scollato che mette in rare occasioni e che le dà un’aria
sofisticata e importante. Rossetto viola, trucco aggressivo e ai piedi
un paio di scarpe nere col tacco che non le ho mai visto. Con un
guinzaglio di pelle sta conducendo davanti a se una coppia di grossi
maiali rosa che camminano annusando l’aria.  Fa il giro intorno a me,
come a controllare la situazione, poi si siede sul tavolo, accavalla le
gambe e con calma si accende una sigaretta. I due suini si distendono
per terra, sul fianco, con gli occhi fissi su di me. Coraline soffia via
il fumo e mi sorride. Un sorriso enigmatico, per nulla rassicurante.
– Allora? – inizia a parlare – Sto aspettando.
È impossibile capire a cosa si stia riferendo ma comunque non ha importanza perché le parole mi escono di bocca da sole:

– Ti prego… fammi piangere.

Restiamo a guardarci in silenzio per qualche minuto. Il tempo intorno a noi è come se si fosse fermato.
Poi Coraline spegne la sigaretta, scende dal tavolo e uno schiaffo violento mi colpisce facendomi volare i capelli.
– Stronza… – sussurra tra i denti.
Me ne molla un altro
– Stupida stronza.
E altri due, sempre più forti
– Stupida stupida stronza.
Si avvicina e mi prende per i capelli
– Che cosa pensavi di dimostrare?
– C-come…?
– Con quel gesto da sfigata, che cosa pensavi di dimostrare?!
Qualcosa si scioglie dentro di me e sento gli occhi riempirsi di lacrime.
– Io volevo solo…
– Che cosa? Cosa volevi? Volevi fare la ragazzina emo che si taglia a 26 anni?
– Io… – inizio a singhiozzare – …io volevo solo…  attirare la tua attenzione.
Coraline sorride
– Povera Alex.
Mi libera dalla sedia e mi fa mettere in ginocchio per terra, poi di
siede di fronte a me, allunga una gamba e la infila tra le mie cosce.
Sento la sua caviglia che preme contro i miei slip. Coraline mi fa segno
di muovere il sedere. Comincio a strofinarmi contro la sua gamba,
ansimando e piangendo.
– E poi cos’altro sei?  Vai avanti, continua tu… – Schiocca le dita,
come un comando, i due suini si avvicinano e iniziano a pisciarmi
addosso, sui vestiti.
– Sono… – tiro sù col naso mentre il moccio mi cola sulla bocca e il
cuore mi batte all’impazzata per la vergogna e l’eccitazione – …sono
una debole… sono una…. Oddio, sto per venire… sto per…

– ALEX SVEGLIATI!

Apro gli occhi di colpo.
Sono a casa, sdraiata nella vasca. L’acqua ormai si è fatta tiepida e dalla finestra spuntano i primi bagliori dell’alba.
Coraline è in ginocchio di fianco a me, che mi guarda con gli occhi lucidi e spalancati.
– Stordita, ma che cazzo combini? – mi chiede con la voce tremante di chi ha pianto tutta la notte.
– Alex, dimmi qualcosa ti prego!
– Lo sapevi… che Emma Watson non sa fare la zuppa inglese?
Coraline mi mostra i rasoi spaventata
– Non è niente… – cerco di tranquillizzarla – …è solo… solo un
taglietto… avevo bisogno di vedere il colore del mio sangue… non lo
so perché…
Mi getta le braccia al collo
– Non farlo mai più. Mai più.
Restiamo abbracciate per un po’, accarezzandoci i capelli.
– Vado a prenderti degli asciugamani puliti, aspettami qui.

Seduta sul divano in accappatoio guardo lo smalto sbiadito sui miei
piedi. Fuori dalla finestra la neve sta iniziando a cadere, colorando di
bianco i palazzi della città. È passato un anno dal giorno in cui ci
siamo incontrate, la sera in cui Cory mi ha portata a casa sua, e
proprio come allora, mi sento attraversata da un’energia sconosciuta.
Tutto mi appare sotto una nuova luce.
Come una bambina che rompe i giocattoli per guardarci dentro, per capire
come funzionano, per anni ho fatto la stessa cosa con la mente delle
persone. Ero curiosa ed eccitata di vedere come avrebbero reagito alle
sollecitazioni più estreme. Se davvero sarebbero state in grado di
continuare la goffa recita del personaggio che si sono create per stare
al mondo o mi avrebbero finalmente rivelato la loro identità. Ma la
verità è che le persone sono talmente terrorizzate dalla possibilità di
finire vulnerabili o impreparate di fronte a qualcosa da non sapere
neanche più chi sono. Puntano il dito “Omioddio la violenza!” e poi la
applaudono quotidianamente in tutte quelle forme in cui non la sanno
riconoscere.
E ho deciso che non mi interessano più. Voglio essere io la cavia di me
stessa, a sprofondare nell’abisso. Non riesco ancora ad avere chiaro il
motivo, forse per capire finalmente quello che ancora continua a
sfuggirmi. Quel culmine di estasi inafferrabile…

– Ehi, hai visto? Sta nevicando.
Coraline mi raggiunge con un vassoio dal quale spuntano una teiera, due tazzine e un barattolo di biscotti al cioccolato.
Le faccio segno con le testa che non mi va ma lei insiste
– Devi mangiare qualcosa, hai bisogno di zuccheri. – da brava mammina premurosa.
– Senti… – mi domanda versandomi il tè – …ma che cosa stavi sognando prima?
– Perché?
– Beh è strano, quando sono entrata… stavi piangendo nel sonno.
– Piangevo?
Cory annuisce col capo
– Sì, e ansimavi.
– Io… non me lo ricordo.
Si siede di fianco a me
– Alex, stare con te a volte è difficile. E in questi momenti io mi sento così… impotente. C’è qualcosa che posso fare?
Bevo un sorso, poso la tazzina e la guardo negli occhi.
– Picchiami.

FINE?

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